1945. Misteri e sospetti in un giorno di festa

1945 di Ferenc Torok è un’opera sorprendente ed ammaliante che, dopo “Corpo e anima”, conferma il particolare stato di grazia del cinema ungherese. Il film è nelle sale italiane dal 3 maggio distribuito da Mariposa Cinematografica.

 

Il film di Ferenc Torok, presentato nella sezione Panorama della Berlinale 2017, è stato in seguito premiato al Festival di Geusalemme come miglior film sull’Olocausto, ma considerare “1945” un film sull’Olocausto rischia di essere una catalogazione riduttiva per un’opera che contemporaneamente ammicca al western, al noir, allo psicodramma.

Siamo nella calda estate del 1945, il 12 di agosto per la precisione. In un apparentemente tranquillo villaggio ungherese la guerra è finita e la comunità si appresta a vivere un giorno di festa, quello del matrimonio del figlio del notaio, la figura sicuramente più influente e carismatica del paese. L’unica ombra inquietante sembra essere quella dei soldati russi che ancora presidiano il territorio, ma in un giorno così basta una bottiglia di champagne per tenerli alla larga. La minaccia però è in agguato e nel cuore del mattino si materializza con l’arrivo di un treno da cui scendono due ebrei ortodossi, uno giovane, l’altro più anziano, che trasportano con loro due misteriosi bauli. E’ a questo punto che il film comincia a svilupparsi seguendo tre filoni paralleli: gli ebrei, i promessi sposi, la gente del villaggio.

L’incedere del carretto che trasporta i due bauli verso il paese è lento e carico di angosce, i due uomini lo seguono a piedi attraversando le assolate campagne in una fotografia che pur nell’insolita, ma affascinante, scelta del bianco e nero rievoca le atmosfere dei migliori western; la musica di fondo sottolinea il mistero e aggiunge una certa dose di suspense. Le incursioni del regista lungo il percorso seguito dal convoglio intervallano il racconto di ciò che nel frattempo succede tra gli abitanti del paese e contribuiscono a creare un clima di crescente tensione. Tutto ciò che era taciuto riaffiora, ognuno getta la maschera e rivela i suoi più profondi stati d’animo.

Il film gira intorno al bisogno di scoprire chi sono quei due uomini e cosa trasportano ma tutto ciò appare sostanzialmente pretestuoso: ciò che davvero interessa all’autore è indagare nel profondo dell’animo umano, smascherando la viltà e la meschinità di uomini e donne che davanti ad una minaccia (reale od immaginaria, questo resta ancora da scoprire) si disuniscono e si puntano l’indice contro, pur avendo dichiarato in principio di stare dalla stessa parte (sia essa la famiglia o la comunità di appartenenza).

1945

Il dramma delle deportazioni si agita all’improvviso come un fantasma che sottrae al cuore di tutti quel sentimento di pace che sembrava faticosamente ritrovato. E’ per questo che assume maggiore significato il premio attribuito al film a Gerusalemme. E’ la prova che non serve ostentare campi di sterminio, baracche, corpi denutriti e pigiami a righe per far capire quanto quel dolore sia incancellabile in chi lo ha patito, ma anche in chi lo ha provocato. Dal racconto emergono così ulteriori motivi di riflessione su quella tragedia, legati al ruolo di chi, con un silenzio o con una parola di troppo, ne è stato complice per cupidigia, gelosia o anche solo per preservare la propria incolumità: sono tutti colpevoli agli occhi di Dio (e dello spettatore), anche chi nella sua casa si è tappato le orecchie per non sentire.

1945

Lo sguardo sulla Storia, seppure solo accennato, si allunga, attraverso un notiziario radiofonico, fino a Nagasaki, dove pochi giorni prima è esplosa la bomba atomica, e non evita di sottolineare la sofferenza del popolo ungherese per l’occupazione sovietica che purtoppo andò ben oltre quel 1945.

Il regista mostra di avere buon occhio e grande sensibilità, lo svelamento degli accadimenti più importanti è costruito con grande raffinatezza ed opportuna distanza. L’opera di Torok, che ha una (vaga) matrice letteraria (“Homecoming”, un racconto dello scrittore Gabor T. Szanto) brilla così per scrittura ed impianto scenico, rievocando, con il suo carico di misteri e sospetti, ma anche con la sua meravigliosa fotografia in bianco e nero, uno dei più bei film di Michael Haneke, “Il nastro bianco”, premiato con la Palma d’oro a Cannes nel 2009.

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