Assalto al cielo. Come favolosi fuochi d’artificio

Nel 2016, due anni dopo il grande successo di “Anime nere”, il regista Francesco Munzi è tornato a Venezia per presentare “Assalto al cielo”, uno splendido lavoro documentario che oggi, a 50 anni dal ’68 e a 40 anni dal “caso Moro”, si propone anche come prezioso strumento di conoscenza e riflessione per le giovani generazioni.

Assalto al cielo

Sono quasi coetaneo di Munzi e ricordo bene quel giorno in cui, mentre eravamo nel cortile della scuola per l’intervallo, fummo informati che le lezioni erano sospese e che i nostri genitori stavano venendo a prenderci per portarci a casa. Era il 16 marzo del 1978, in quel momento il nome di Moro smetteva di essere per me quello di un talentuoso calciatore dell’Ascoli per diventare quello di uno statista e l’emblema di una delle pagine più drammatiche della nostra nazione, era come se in quel momento il gioco (del pallone) lasciasse il posto ad un’imprevista e precoce presa di coscienza della vita. Parto dal racconto di questo episodio personale perchè è molto simile alla descrizione che Munzi fa, nelle note di regia dell’opera, delle emozioni che egli stesso provò poche settimane più tardi, nell’aprile di quello stesso ’78, quando nell’androne del palazzo dove abitava con la famiglia fu gambizzato un politico democristiano; lui stesso bambino visse, nel cortile di casa, gli attimi prima di andare a scuola tra smarrimento e paura. E oggi indica quel momento come il punto di partenza della creazione del suo “Assalto al cielo”, rivelando che la principale motivazione che lo ha spinto a fare questo film è stata la personale necessità di conoscere e comprendere cosa fosse accaduto in Italia fino a quel momento.

Assalto al cielo

Il film, che testimonia anche momenti di festosa partecipazione, abbraccia 10 anni di Storia del nostro paese, partendo dal 1967 con le manifestazioni a sostegno dei vietcong che furono il preludio del nostro ’68 per arrivare fino al 1977, anno che segnò la definitiva trasformazione della lotta di classe e dei movimenti studenteschi in lotta armata ed eversiva. L’opera è un rigoroso documentario di montaggio e procede come un flusso di immagini in presa diretta. Il risultato è davvero eccellente grazie all’ottimo lavoro svolto in sinergia da Munzi con il montatore Giuseppe Trepiccione e con l’aiuto regista Icaro Lorenzoni, figlio di Franco, esponente di Lotta Continua, che, in collaborazione con Nathalie Giacobino, ha curato la ricerca d’archivio attingendo a quanto in possesso dell’Archivio storico dell’Istituto Luce Cinecittà, di Rai Teche, dell’ Associazione Alberto Grifi, dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico e della Fondazione Cineteca di Bologna. Un lavoro di ricerca tutt’altro che agevole perchè il materiale rinvenuto si è rivelato scarso sia per qualità che per quantità (soprattutto se si pensa a quanto vasta sia invece la documentazione filmica dell’epoca fascista). La seconda e non trascurabile difficoltà che ha complicato il lavoro di selezione del materiale ha invece riguardato direttamente la scelta dell’autore di costruire l’opera partendo dalla base dei militanti e non dai leader, proponendosi in questo modo di utilizzare un materiale estremamente vergine.

Assalto al cielo

Il montaggio segue un andamento prevalentemente cronologico e l’autore sceglie di porsi come spettatore, evitando ogni possibile contaminazione del materiale con i suoi interventi. Il film risulta quindi privo di ogni descrizione aggiuntiva rispetto a quanto non è già naturalmente contenuto nel documento filmico originale. Nessuna voce fuori campo e nessuna didascalia aggiuntiva intervengono a descrivere, chiarire o interpretare gli accadimenti mostrati. Tutto ciò sembra disorientare lo spettatore disinformato o che ricorda poco, ma, dopo averlo proiettato in un viaggio affascinante ed inquietante al tempo stesso, lo induce certamente all’approfondimento. Munzi sceglie così di non emettere giudizi, di non schierarsi, ma semplicemente si propone di ricordare e di sollecitare una riflessione anche su ciò che siamo diventati. Un po’ come l’immagine di quel partigiano che si chiede: “ma che Repubblica abbiamo fatto?”

Giocando con la parola “movimento” e facendo allusione ad una partitura musicale Munzi divide il film in tre capitoli, tre movimenti appunto. Il primo movimento (“Vogliamo tutto e subito”) è quello delle prime manifestazioni di strada, delle università occupate e della presa di coscienza della classe operaia. Il ’68 italiano sembra attraversato proprio da questo fermento e dalla necessità di coniugare linguaggi e bisogni diversi in una necessaria sintesi tra studenti e lavoratori, che trova nel ruolo dei sindacati uno scomodo intermediario dialettico. Il ’68 italiano è ovviamente rappresentato anche dagli scontri di Valle Giulia con i diversi punti di vista politici e il rimpallo di accuse testimoniato dalle prime pagine dei quotidiani dell’epoca.

Il secondo movimento (“Magari anche la rivoluzione”) è quello più drammatico degli scontri di piazza con i militanti fascisti. A traghettare la prima parte nella seconda è “l’Italia del 12 dicembre”, quella del terribile attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano. Come già detto Munzi non è interessato a fare indagine o, come fa Marco Tullio Giordana in “Romanzo di una strage”, a formulare teorie; in “Assalto al cielo” non si sentono mai pronunciare i nomi di Pinelli e del commissario Calabresi, ma si sente la gente comune ribadire a gran voce che gli anarchici sono dichiaratamente non violenti. La violenza però si fa strada tanto a destra quanto a sinistra e gli anni ’70 ci conducono fino alle prime azioni delle Brigate Rosse e al momento probabilmente più intenso e significativo del film con il ricordo fatto dai suoi stessi genitori del tragico tentativo di arresto di Walter Alasia, culminato con la morte di due poliziotti e del giovane brigatista. Le parole dei genitori, che umanamente sospendono il giudizio verso un figlio che nella sua stanza esponeva vessilli partigiani e sulla cui tomba vogliono che sventoli sempre quel fazzoletto rosso che una mano ignota vi ha posto, testimoniano come la violenza si stia insinuando anche laddove sono saldi i valori e le ideologie.

E così passando attraverso il secondo dei due cartelli che, romanticamente, invitano ad interrompere per qualche minuto la visione per dare luogo al dibattito, si arriva al terzo movimento (“Se gli uomini sono dei”). L’ultimo segmento è quello in cui si racconta la chiusura di Radio Alice con l’appello di uno dei fondatori Francesco Belardi, detto Bifo, (forse l’unico dei leader a cui il documentario dá voce) all’allora Ministro degli Interni Cossiga affinché accetti un confronto pubblico in televisione sul diritto alla libertà di espressione. Siamo ormai giunti al 1977 e di quel preciso momento storico Bologna è certamente il centro nevralgico, con il palasport gremito e le strade invase sia per l’Assemblea studentesca di aprile che per il Convegno contro la repressione di settembre. Al clima pieno di allegria e vitalità con cui i giovani animano la città purtroppo fa da contaltare una cescente tensione all’interno del palasport dove, durante il Convegno, il confronto dialettico si fa teso e diventa anche fisico portando così allo strappo definitivo tra gli esponenti di Lotta Continua e quelli di Autonomia Operaia. A giugno invece la rivista Re Nudo organizza al Parco Lambro di Milano il Festival del Proletariato Giovanile: è quello il momento in cui la più sana ideologia cede il passo all’utopia e, paradossalmente, anche alle logiche del profitto e dell’apparire. Le immagini del festival sono l’inevitabile epilogo del film ma anche di quell’epoca in cui  qualcuno aveva davvero sognato che la rivoluzione, intesa come trasformazione dell’assetto sociale, fosse possibile. I corpi nudi ostentati a Parco Lambro non hanno il sapore della bellezza e della giovinezza quanto quello dell’esaltazione e del disfacimento.

 

/// il trailer ///