Chiamami col tuo nome, io ti chiamerò col mio.

E’ bello ed emozionante sin dal titolo il nuovo film di Luca Guadagnino che si è conquistato un posto nell’empireo del cinema internazionale ottenendo 4 nomination agli Oscar, tra cui quella per il miglior film. L’attesa cerimonia di premiazione, che vedrà l’Italia nuovamente protagonista nella categoria principale 19 anni dopo “La vita è bella”, si terrà il prossimo 4 marzo.

 

Chiamami col tuo nome

Il titolo. E’ talmente bello da spingerci, per pudore, a non volerne attribuire uno nostro all’articolo, preferendo semplicemente riportare per esteso la frase che Oliver sussurra ad Elio proprio nel momento in cui il loro gioco amoroso raggiunge l’apice dell’estasi e della purezza. E’ una delle scene più belle del film, ma molte altre gli fanno compagnia in un’opera che fa della delicatezza dei gesti, dell’onestà dei sentimenti e della nobiltà dei personaggi uno dei suoi principali tratti distintivi.

La sinossi. Siamo nella campagna cremasca nell’estate dell’83, “da qualche parte nel nord Italia” recita la didascalia iniziale; Oliver (Armie Hammer), dottorando americano di origine ebraica, è ospite per l’estate del suo relatore, il professor Perlman, che con la famiglia lo accoglie nella loro splendida villa seicentesca. I bagni al lago, i giri in bicicletta, le serate danzanti e i piaceri della tavola accompagnano lo scorrere dei giorni; tra Elio (Timothèe Chalamet, nomination come migliore attore), figlio diciassettenne dei Perlman, ed Oliver si stabilisce subito una relazione intensa, un’amicizia che si alimenta attraverso un sottile gioco di seduzione andando ad incrociare la ricorrente presenza di Chiara e Marzia, due giovanissime ragazze francesi, la prima fisicamente attratta da Oliver, la seconda teneramente innamorata di Elio.

Chiamami col tuo nome

La filmografia. “Chiamami col tuo nome” chiude, nelle intenzioni del suo autore, un’ideale “trilogia del desiderio” iniziata con “Io sono l’amore” (2009) e proseguita con “A bigger splash” (2015), ma il lavoro sui corpi è centrale nel cinema del regista palermitano sin dalle sue prime opere: “The protagonists” (1999), ricostruzione in forma di docufilm dell’aggressione e dell’omicidio di un cameriere indiano ad opera di due annoiati figli della borghesia londinese, e “Melissa P.” (2005) viaggio alla scoperta delle pulsioni sessuali di una sedicenne.

Chiamami col tuo nome

I corpi. Sono loro più che mai i protagonisti della comunicazione amorosa. Una mano dietro la spalla è un segno che Elio, ancora troppo timoroso ed inesperto, non sa cogliere. La sua insicurezza trova in certi gesti una buffa rappresentazione che riempie di teneri sorrisi il volto degli spettatori, ma per lui sta per schiudersi “l’aurora di un nuovo mondo”, così la definisce Guadagnino, e la crescente consapevolezza di sè autorizza presto il suo corpo a parlarci di voluttà e desiderio. E mentre Elio avanza è Oliver a ritrarsi. C’è tanta tenerezza in quel cercarsi per poi sfuggirsi, in quei volti imbronciati tradotti su bigliettini di carta poi accartocciati. Una delle “tregue” (ma tra loro non c’è mai conflitto) è firmata sul lago di Garda con una giocosa stretta di mano che ci riconduce agli studi classici del professor Perlman e del suo allievo Oliver.

Le sculture. La bellissima galleria fotografica delle statue bronzee del periodo ellenistico che accompagna i titoli di testa chiarisce subito il contesto culturale entro il quale si muovono i personaggi: non più il mondo imprenditoriale di “Io sono l’amore” o quello da rockstar di “A bigger splash”, dove il desiderio era sempre contrastato e la sensibilità svilita e mai compresa, qui c’è una profonda armonia e tutti i personaggi che circondano i due giovani amanti sembrano comprenderne e rispettarne le ragioni. Bellissimo in tal senso il personaggio di Marzia (Ester Garrel, figlia di Philippe e sorella di Louis) pronta a farsi da parte nella contesa amorosa chiedendo in cambio ad Elio solo un’amicizia che sia per tutta la vita; incoraggiante Annella, la mamma, che riconosce in quella medaglietta con la stella di David comparsa all’improvviso al collo del figlio il suo bisogno di uniformarsi ad Oliver; da antologia il discorso finale di papà Perlman che invita il figlio a non avere paura del dolore che lascia dentro una gioia svanita.

La filosofia e la letteratura. I “Frammenti cosmici” di Eraclito avevano già spiegato ad Elio che “lo scorrere del fiume non significa che tutto cambia e non potremo riviverlo, ma che certe cose restano uguali solo attraverso il cambiamento”. Ma questa è solo una delle perle di cui è disseminato il racconto. I testi letterari accompagnano il percorso di formazione del giovane Perlman fungendo da guida nella scoperta di sé e dell’amore. Elio regala alla “sua” Marzia un libro di poesie di Antonia Pozzi e la scelta non sorprende chi ricorda che due anni fa era stato proprio Guadagnino a produrre l’opera prima del suo fidato collaboratore Ferdinando Cito Filomarino, che in “Antonia”, aveva raccontato l’esistenza coraggiosa e tragica della giovane poetessa morta suicida vittima delle convenzioni sociali durante il ventennio fascista.

La musica. Elio la conosce bene, la legge, la riscrive e al piano (o con la chitarra) la esegue per parlare ad Oliver; l’americano conserva il ricordo di un concerto degli Psichedelic Furs e per ben due volte si lancia in un ballo scatenato sulle note di “Love my way”, tracciando con quelle parole i confini del loro amore. Interessante è la commistione di generi che caratterizza la colonna sonora spaziando dalla classica al pop, da Bach alla Bertè. I brani originali sono invece firmati dal cantautore americano Sufjan Stevens, che con “Mistery of love” correrà anche lui all’Oscar per la migliore canzone.

Chiamami col tuo nome

L’architettura. Si è parlato molto in questi mesi di quanta influenza abbiano avuto sulla genesi del film gli autori che Guadagnino ha sempre indicato come suoi modelli formativi (Rohmer, Rivette, Bertolucci), questo discorso però tutto sommato ci appassiona poco, perchè, anche se è oggettivo il riscontro di elementi che riconducono al cinema dei grandi maestri francesi o alla matrice politica del cinema di Bertolucci (a casa dei Perlman si discute di Craxi e del pentapartito mentre dalla tv già si sente Grillo sbraitare), il film rimane fortemente riconoscibile come un’opera di Luca Guadagnino che ha sempre amato parlare di sentimenti forti attraverso la bellezza dei luoghi nei quali li ha collocati, facendo degli edifici un prezioso ed inconfondibile elemento narrativo (questa volta la location prescelta è Villa Albergoni a Moscazzano, nel territorio dove egli stesso risiede). Quella che piuttosto va riconosciuta è la mano di James Ivory (nomination anche per lui), che ha scritto la sceneggiatura adattando l’omonimo romanzo di Andrè Aciman e che inizialmente avrebbe dovuto dirigere personalmente il film.

L’analisi. Probabilmente è anche il supporto di una sceneggiatura più solida ed equilibrata a consentire a Guadagnino di smussare quegli eccessi che talvolta in passato erano sembrati inutilmente provocatori; così come male erano stati gestiti gli incroci tra finzione e realtà: in questo senso è chiaro il riferimento a come aveva collocato, ridicolizzandolo, il dramma dei migranti all’interno di “A bigger splash”. Ma a lui va contamporaneamente riconosciuto il coraggio di averci mostrato le cose da un’angolazione diversa da quella da cui negli ultimi anni  il nostro cinema ci aveva abituati a guardare, riportando lo spettatore ad esplorare gli ambienti borghesi in tutte le sue diverse declinazioni. E’ anche per questo che siamo contenti che la sua voglia di osare, il suo talento visivo (notevole è in questo caso anche la collaborazione con il direttore della fotografia thailandese Seyombhu Mukdeeprom) e la straordinaria capacità di utilizzo della macchina da presa abbiano ritrovato quella strada felicemente intrapresa con “Io sono l’amore”. Con “Chiamami col tuo nome” sembra che Guadagnino riesca finalmente a coronare, dopo un lungo inseguimento, il suo profondo sentimento amoroso verso il cinema, fatto di frenate e ripartenze proprio come tra Elio ed Oliver.

L’epilogo. “Chiamami col tuo nome, io ti chiamerò col mio”: in estrema sintesi paura e desiderio si incontrano e si confondono come guardandosi in uno specchio. Ma ora è già tempo dei titoli di coda, rimanete incollati alla poltrona e godeteveli fino all’ultima lacrima, da soli valgono il prezzo di almeno un paio di biglietti.  “Later”.

/// il trailer ///