Come inguaiammo il cinema italiano. Ma poi demmo la colpa a Netflix.

Ho lasciato passare qualche giorno prima di mettere le mani sulla tastiera per esplicitare alcuni miei pensieri riguardo alla questione Netflix ed alle modalità di visione del film “Sulla mia pelle”.

Il bellissimo film di Alessio Cremonini è diventato un po’ il simbolo di un’ipotetica diatriba tra i difensori del cinema in sala ed il colosso dello streaming. Una diatriba che ho preferito osservare dall’esterno traendo spunto per una serie di riflessioni che spero il cinema italiano (in questo caso inteso soprattutto come sistema distributivo) sappia fare sue.

Ho atteso qualche giorno perchè del film che racconta gli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi ho preferito che se ne parlasse innanzitutto per i grandissimi pregi artistici e per la testimonianza civile di cui si fa portavoce proseguendo sulla strada della compostezza imboccata dalla sorella Ilaria nella disperata richiesta di giustizia. Del film e del tema trattato potete leggere su Fuori di Cinema un accurato articolo a firma di Stefano Novelli, in queste righe voglio provare invece ad analizzare alcuni aspetti commerciali e sociali che sono emersi dopo che per la prima volta un film è stato rilasciato contemporaneamente in 91 sale italiane ed in streaming su Netflix, in 191 paesi (a ben pensarci questa si che è distribuzione di un prodotto!)

La questione aveva cominciato ad agitare gli animi dei cinefili sin dal giorno in cui il direttore della Mostra di Venezia, Alberto Barbera, aveva annunciato che ben tre titoli del concorso ufficiale ed altri titoli presenti nelle sezioni Fuori concorso ed Orizzonti (tra cui proprio “Sulla mia pelle”), sarebbero stati presentati al Lido con il marchio di Netflix. Gli animi si sono ulteriormente scaldati quando ben due di questi titoli sono entrati nel palmares della Mostra con il premio per la miglior sceneggiatura a “The ballad of Buster Scruggs” dei fratelli Coen ed il Leone d’oro a “Roma”, capolavoro di straordinario impatto emotivo e visivo firmato da Alfonso Cuaron.

Il Leone d’oro ad Alfonso Cuaron per “Roma”

Immediatamente dopo la premiazione si è levata la protesta delle associazioni di categoria (Anec, Anem e Acec) che hanno tuonato contro la Mostra affermando che una manifestazione finanziata con denaro pubblico non può fare da cassa di risonanza alle attività di Netflix, come se i film da loro prodotti smettessero di essere opere d’arte per diventare semplicemente oggetti commerciali. Il popolo dei social dal canto suo ha decretato che un’opera cinematografica non può essere privata della possibilità di essere apprezzata sugli schermi per i quali è stata concepita. Ragionamenti sensati si sono rapidamente confusi con presunte prese di posizione ideologiche. Molti di quelli che hanno gridato allo scandalo perchè il Leone d’Oro 2018 forse si potrà vedere solo in streaming, probabilmente erano tra quelli che hanno accettato, nell’indifferenza più totale, che il Leone d’Oro 2016, “The woman who left” di Lav Diaz, rimanesse totalmente invisibile perchè privo di distribuzione dopo che chi lo aveva acquistato al termine della Mostra aveva chiuso i battenti per fallimento.

Chi come me ha alimentato la propria passione sin da bambino nelle sale cinematografiche ed ha speso tante energie per riempire i cinema del proprio di territorio di opere di qualità e di spettatori attenti non credo abbia bisogno di ribadire dove intende continuare a vedere il cinema che ama. Ma chi come me in questi anni si è dovuto spesso scontrare con le perverse logiche del mercato non può nemmeno farsi sfuggire l’occasione per lanciare un grido di allarme sulle cause che stanno portando alla morte del cinema in sala. E’ questo il momento in cui tutti gli operatori di settore devono fare una severa autocritica e provare a correre ai ripari. Netflix non è la causa di una morte annunciata, ma la conseguenza. E’ evidente che Netflix si incunea in una ampia falla di sistema ed abilmente prova a rivoluzionarlo portando certamente beneficio a sè, ma in qualche modo anche agli autori ed agli spettatori che trovano nella piattaforma più rapidi e capillari punti di incontro.

La filiera che porta un’opera cinematografica dal produttore allo spettatore è attualmente troppo lunga e popolata, oltre che da legittimi attori come il distributore e l’esercente, da tante altre figure che spesso operano in palese conflitto di interessi e secondo discutibili criteri affaristici che impediscono la libera circolazione del prodotto artistico (ecco che il termine distribuire, nella sua accezione più profonda, viene tradito proprio da chi di questo termine se ne fa portatore). E’ in questo ambito che il sistema cinema deve intervenire per rendere più facilmente accessibili i prodotti agli spettatori e meno stringenti i criteri di programmazione degli esercizi cinematografici. La multi-programmazione e le teniture brevi rappresenterebbero, soprattutto in provincia, la salvezza delle monosale facendo al tempo stesso la felicità di tanti appassionati attualmente tagliati fuori dalle proposte d’autore. Il rapporto con lo streaming, che oggi si chiama Netflix ma che da molti anni si chiama anche pirateria, non va certo trascurato ma oggi diventa difficile affrontarlo vestendo i panni della vittima sacrificale.

Il cast del film “The ballad of Buster Scruggs” dei fratelli Coen

Gli spettatori, noi spettatori non siamo certo esenti da colpe.

“Sulla mia pelle” ha inaugurato una nuova modalità di fruizione dell’opera cinematografica con la doppia opzione sala-streaming, la soluzione certamente più appetibile per il pubblico e che credo debba rappresentare il futuro, a cominciare proprio dal 13 dicembre, data fissata da Netflix per il rilascio di “Roma” di Alfonso Cuaron. Ed è proprio in tale ottica che serviva un segnale forte da parte degli spettatori che avrebbero dovuto popolare in massa i cinema che avevano scelto di programmare il film e sollecitare le sale che ancora non lo avevano in cartellone a proiettarlo nelle settimane seguenti. Ma, come spesso accade, tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare e così tanti di quelli che sui social avevano inveito contro Netflix, attribuendogli la responsabilità di uccidere il cinema in sala hanno vestito essi stessi i panni dell’assassino e nella doppia opzione sala-streaming hanno scelto la terza via, quella delle proiezioni clandestine organizzate nei centri sociali o nelle pubbliche piazze, sottraendo incassi e speranza a chi ha lavorato alla realizzazione del film e a chi in esso ha creduto.

La cattiva informazione ha fatto il resto confondendo l’oscuramento da parte di Facebook di questi eventi non autorizzati con il tentativo di mettere il bavaglio al libero dibattito sul caso Cucchi. I promotori di questi raduni sono stati spacciati per paladini della giustizia, rianimatori di coscienze, mentre di fatto si erano resi interpreti dell’ennesima contraddizione di questo paese: invocare la legalità ed il riconoscimento dei diritti civili operando nell’illegalità e calpestando i diritti di autori ed esercenti. Il risultato è che il numero di sale che proiettano il film nella seconda settimana è leggermente diminuito mentre l’auspicio era che potesse aumentare.

E’ per questo che un articolo sul caso Netflix, a voler essere onesti, deve parlare poco di Netflix e molto di noi, di come inguaiammo il cinema italiano.