I trent’anni di Compagni di Scuola

Gli anni ’80 sono stati, per la commedia all’italiana, un decennio che verrà ricordato per aver lanciato alla ribalta una generazione di attori, e autori, che provenivano dal teatro, dal cabaret, o da una televisione ancora votata alla qualità.

 

Personaggi dotati di autentico talento, che hanno in virtù di esso fatto il meritato grande salto nel Cinema, divenendo stabili punti di riferimento, negli anni, capaci di succedere generazionalmente all’epoca d’oro dei Sordi, Mastroianni, Gassman, Manfredi, Tognazzi, prima che negli anni 2000 la mediocrità tornasse a farla da padrona (con Leonardo Pieraccioni e Checco Zalone eccezioni parziali a questo trend). erano gli anni di un’Italia che sapeva ancora fermarsi, e raccontare sé stessa essendosi compresa. Che è poi il “compito”, se mai ne esiste uno, della cosiddetta commedia di costume.

compagni di scuola

Massimo Troisi (ci cui ricorre in questi giorni anniversario della scomparsa), Francesco Nuti, Roberto Benigni, Maurizio Nichetti, e naturalmente, Carlo Verdone. Il decennio cinematografico degli anni ’80, per il cinema italiano, inizia con il folgorante esordio di Un sacco bello del 1980, leggendario esordio proprio di Verdone dietro e davanti alla macchina da presa, ad inaugurare la galleria dei personaggi, prodotto da Sergio Leone; e finisce simbolicamente nel 1988, con un film di un Verdone ormai giunto alla maturità artistica: Compagni di scuola del 1988. Già sono trent’anni, da questo gioiello, film di culto divenuto uno dei preferiti in assoluto da parte della platea dei fans di Carlo, e non solo. Un film che seguì di un anno quello che, in verità, segnò il reale ingresso di Verdone nella seconda fase della sua carriera: il bellissimo Io e mia sorella del 1987. Trovato ormai stabile punto di riferimento produttivo in Mario Cecchi Gori, e di sceneggiatura in Piero de Bernardi e Leo Benvenuti, il Carlo Verdone del 1988 è un uomo che, superati i 35 anni, inizia a fare i conti con gli inevitabili bilanci che una giovinezza che inizia a sfumare pone dinanzi al confronto con il tempo che passa, i rapporti familiari e umani che trascorrono, il proprio ruolo di padre e marito. Un raccontare sé stesso raccontando una generazione che, per Carlo, significherà vivere una fase artistica ben precisa che lo condurrà a dirigere e interpretare una serie di film importanti fino alla prima metà degli anni ’90 (pensiamo a Stasera a casa di Alice del 1990, Maledetto il giorno che t’ho incontrato del 1992, Perdiamoci di vista del 1993, con l’eccezione de Il bambino e il poliziotto del 1989, operazione “minore” di un autore che era chiamato inevitabilmente a “parlare” al proprio pubblico e al botteghino, sotto la “guida” del vecchio Cecchi Gori).

compagni di scuola

E’ in questo solco che Compagni di Scuola si inserisce. Un’idea che nasce da una vera cena – ritrovo di compagni di scuola vissuta da Carlo Verdone e il suo cognato, amico ed ex compagno di banco Christian de Sica e che fornì, per i risvolti miserabili che la serata offrì ai partecipanti, uno spunto per un soggetto che avrebbe raccontato del ritrovo di una classe di compagni di scuola, in una sera d’estate, e che aveva per protagonista un professore di materie linguistiche in un liceo privato romano, Piero Ruffolo (ovvero Carlo Verdone) che tra il figlio coatto, la moglie coatta, un matrimonio a pezzi, un’allieva con cui viveva un dolce e difficile amore, gli ansiolitici (per la prima volta “protagonisti” della scena verdoniana) aveva una vita incasinata a dir poco. Ma chi, di quei compagni di scuola, aveva una vita semplice? Dove è finita la solidarietà degli anni più belli della nostra vita? Che cosa siamo diventati? La serata sulla quale si incentra questo film, lascia pochi margini ad un’implacabile e amaro sguardo, ma con un risvolto pieno di speranza nell’inquadratura finale: Verdone che guarda dinanzi a sé fumando una sigaretta sulle note di un vecchio pezzo jazz, abbozzando un lieve sorriso. Non siamo più le persone che eravamo prima, e questa serata ce lo ha sbattuto in faccia in modo ineluttabile, ma ci ha dato la possibilità di capirlo, e di ricominciare recuperando dei pezzi, o raccogliendoli. Questo è Compagni di scuola.

compagni di scuola

Un film dove si ride come forse solo nei primi film della carriera di Carlo, dove il Verdone regista diede una prova di sapienza tecnica e di direzione di attori invidiabile (esaltante in tal senso citare due aneddoti: il primo, Verdone che, il primo giorno di riprese, agosto 1988, non sapeva dove mettere la macchina da presa – poiché il calendario di produzione concepito per un set unico nella Villa romana prescelta, aveva previsto di iniziare a girare da una scena avanzata in sceneggiatura, che ne presupponeva molte altre prima – ed ebbe una crisi di nervi, temendo di sbagliare film ed invocando la protezione spirituale del vecchio mentore Sergio Leone; il secondo, la scommessa vinta da Verdone che reclutò un attore dilettante, all’epoca suo conoscente e compagno di giocate al totocalcio, Angelo Bernabucci all’esordio, per la parte di Finocchiaro, e che regalò una performance indimenticabile di cafone arricchito, cinico e irresistibile).

Un film che parte in un assolato e torrido pomeriggio, con la gioia di rivedersi, le gaffe e le ironie straripanti e tante risate, prosegue con l’arrivo della notte, delle prime incomprensioni e confronti, l’esplodere del cinismo e dell’egoismo che segna l’arrivo della pioggia; e infine termina in una alba che racconta una ritrovata tenerezza, forse lo spiraglio di un’amicizia e della giovinezza che si possono ricostruire, o che possono indicare a ciascuno dei protagonisti la strada futura.

compagni di scuola

Uno dei film più importanti di Carlo Verdone, sicuramente una delle commedie più importanti in assoluto del Cinema italiano (per ricchezza del cast, della produzione, per la qualità e la solidità nel tempo del successo riscosso), uno di quei film che ha segnato una generazione, unito famiglie a richiamare passaggi televisivi, o amici davanti a YouTube per ricordare le ansie del patata, i collant collant di Toni Brando, il vocione di Finocchiaro. Passati trenta anni dalla sua uscita, Compagni di scuola ha acquisito decisamente la forza dei classici, cioè quella di un’opera che ad ogni nuova visione ci delizia e ci racconta nuove inesauribili sfumature, grande opera di un grande autore di Cinema.

Dedicato a mia madre Rita