Disobedience e Le ereditiere. La rivoluzione sentimentale delle donne.

Il calendario delle uscite cinematografiche suggerisce, in queste settimane di fine ottobre, un interessante parallelo tra l’attesissimo Disobedience, prima produzione internazionale di Sebastian Lelio, e una delle più belle sorprese della Berlinale 2018, Le ereditiere di Marcelo Martinessi.

Disobedience

E’ vero, le opportunità concesse alle donne di stare dietro la macchina da presa e di raccontare il mondo attraverso i loro occhi sono ancora troppo poche, ma quando si incontrano autori come il cileno Sebastian Lelio, già vincitore di un Oscar, o l’esordiente paraguayano Marcelo Martinessi dobbiamo certamente riconoscere loro la straordinaria capacità di farsi cantori dell’animo femminile restituendocene le meravigliose sfumature che portano dalla fagilità alla forza.

disobedience le ereditiere

A spingermi a mettere insieme questi due film è solo in apparenza la possibilità che entrambi raccontino un amore tra donne; molto più probabilmente è il coraggio che le protagoniste sanno mostrare sfidando le convenzioni sociali all’interno di comunità fortemente radicate intorno alle loro tradizioni. Un discorso che appare palese nella storia di Ronit (Rachel Weisz) ed Esti (Rachel Mc Adams), protagoniste di un amore tanto passionale quanto osteggiato, ma che impone l’approfondimento dello spettatore, e forse anche un suo sforzo di immaginazione, nel ritratto più intimo di Chela (Patricia Abiente, premiata con l’Orso d’Argento a Berlino). La rivoluzione messa in atto da queste donne passa attraverso la progressiva consapevolezza e la conseguente estrinsecazione dei loro sentimenti.


Disobedience di Sebastian Lelio


Ronit è appena arrivata da New York
per l’omaggio funebre a suo padre, il rabbino capo della comunità ebraica di Londra, ma il suo ritorno non sembra essere accolto con particolare calore. Dovid, studioso della Torah, in passato era suo grande amico ed ora è lo sposo di Esti, ragazza certamente più timida e sottomessa, che un tempo formava con loro un inseparabile terzetto. Nella prima ora la figura di Ronit serve al regista per portarci a conoscenza delle dinamiche che regolano la vita di una comunità ortodossa. L’ostracismo a cui Ronit è sottoposta persino all’interno della sua famiglia è l’evidente ragione dell’auto-esilio nel quale la ragazza si è rifugiata negli ultimi anni. Lo stesso padre, che apre il film con un illuminato sermone sul libero arbitrio, sembra che ne avesse ormai cancellato la memoria. I motivi che hanno portato a tutto ciò esplodono fragorosi nella seconda parte del film facendo anche di Esti una rivoluzionaria romantica pronta a gettare via la maschera in nome dei suoi sentimenti. Per Lelio, che ha fatto delle figure femminili e della loro sessualità il cardine del suo cinema (“Gloria” rimane il suo capolavoro indiscusso ed ora ne sta ultimando il remake americano, ma è “Una donna fantastica” che lo ha condotto fino all’Oscar), l’elemento di novità rispetto al passato è la rilevanza che dà al personaggio maschile in quel triangolo di affetti che si scompone e si ricompone cercando di restituire alla dignità delle persone un valore superiore che alle regole e alle tradizioni. Gli scossoni emotivi e la carnalità della seconda parte arrivano provvidenziali anche per lo spettatore che inizialmente rischia di sentirsi spiazzato davanti ad un racconto algido e geometrico che appare piuttosto distante dalle precedenti opere dello stesso autore cileno.

/// il trailer ///

Le ereditiere di Marcelo Martinessi

 

Dove siamo? Presumibilmente ad Asuncion, capitale del Paraguay. Che anno è? Forse siamo a cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70. Martinessi sceglie di non darci troppe indicazioni, anche della vita di Chiquita e Chela ci rivela poco, ma lo fa con uno stile talmente affascinante che alla fine lo spettatore accetta di stare al gioco e di farsi, in qualche modo, co-autore del racconto. Eh si, perchè il non detto di Martinessi ci induce a supposizioni ed interpretazioni che tutto sommato risultano essere semplici dettagli. Chiquita e Chela vivono nella stessa casa da molti anni ed a legarle sembra essere qualcosa di più di un’amicizia o una parentela, ma se amore è stato ora è esangue, come le loro casse. La vita agiata e le proprietà sono ora messe gravemente in discussione da un tracollo economico di cui, come tante altre cose nel film, non è dato sapere. Chiquita è quella più vitale e reattiva e tale si dimostra anche quando è costretta a patire mesi di carcere per una truffa, manco a dirlo, misteriosa. Ma il cuore del film è Chela che proprio in assenza della sua compagna è costretta a scuotersi dal torpore e a scoprire di essere ancora viva. Un semplice atto di cortesia usato ad una vicina di casa pettegola e pronta ad emettere sentenze su tutto le farà scoprire un mondo fatto di nuove opportunità di sopravvivenza. Uscire da quella casa in cui il regista fa penetrare sempre poca luce significherà ritrovare la vita, l’amicizia di una donna (più giovane) e le pulsioni perdute. Il paese è tenuto sullo sfondo, la comunità sembra ben volere alle due donne, ma lo spettatore non può permettersi di essere pigro e di accontentarsi di quello che Martinessi esplicita, siamo pur sempre tra le case della borghesia di un paese latino di mezzo secolo fa e l’affermazione dell’identità femminile necessita anche qui di un atto rivoluzionario.

/// il trailer ///