Dogman. Un uomo esile e quella pesante croce sulle spalle

Non si parla d’altro: Dogman è, senza alcun dubbio, il caso cinematografico del momento. Uscito nelle sale italiane il 17 maggio scorso, è stato presentato in concorso al Festival di Cannes, dove ha ricevuto dieci minuti di applausi e il protagonista, Marcello Fonte, si è aggiudicato il premio per la migliore interpretazione maschile. Riconoscimenti oltremodo meritati. Perché Dogman è un film potente, intenso, che ti lacera dentro.

 

Parte da un fatto di cronaca nera che sconvolse l’Italia nel febbraio dell’88: Pietro De Negri, proprietario di una toelettatura per cani in via Della Magliana, uccise Giancarlo Ricci, un ex pugile dilettante, temuto dagli abitanti di quel quartiere già tristemente noto per la “banda della Magliana”.

Il delitto del canaro e la morte del giovane pugile, però, sono solo uno spunto da cui Garrone si discosta. Il quartiere, qui, non è ben identificato: è un luogo inquietante, buio, in cui il sole pare non spuntare mai, che ripropone i paesaggi di Gomorra e L’imbalsamatore. Qui Marcello (Marcello Fonte) conduce una vita semplice, in una comunità dove è ben voluto: possiede una toelettatura per cani, a cui si dedica con passione e dedizione, e l’unica gioia della sua vita proviene dalla figlia di sette anni, Alida, con cui programma immersioni e vacanze. Ma in questo che sembra, per Marcello, un soddisfacente equilibrio, tra l’amore per i cani e il rapporto di buon vicinato, si innesta l’amicizia con Simoncino (Edoardo Pesce), un delinquente della zona, famoso per il suo carattere irascibile e i suoi piccoli crimini che lo rendono odioso agli occhi della comunità. È Marcello che fornisce la cocaina a Simoncino: un modo per arrotondare ma anche per mantenere un buon rapporto con quello che considera un amico.

E quando Simoncino gli propone di aiutarlo a svaligiare il negozio di Franco, l’orafo che confina con la sua toelettatura, Marcello si lascia coinvolgere in una situazione da cui non trova altra via di uscita che quella di un colpevole silenzio che lo conduce fino al carcere.

L’anno successivo, quando Marcello torna a casa, tutto è cambiato: la sua attività è fallita, gli amici del quartiere lo considerano un traditore e Simoncino si rifiuta di dare a Marcello ciò che gli aveva promesso.

Gli anni di soprusi, di beffe e le ingiustizie subite non lasciano più Marcello indifferente come un tempo: il Marcello mite e remissivo ha lasciato il posto ad un uomo diverso, più sicuro di sé e stanco di subire vessazione fisiche e psicologiche da Simoncino. Decide, così, di attirarlo in una trappola e mettere fine, per sempre, a quel turbine di violenza e sottomissione.

È una lotta tra Davide e il suo Golia, questa che Garrone mette in scena, ma è anche una storia piena d’amore, quell’amore che si legge negli occhi di Marcello quando guarda la figlia Alida, quando condivide la cena con il suo cane, quando si affaccia sul quartiere scrutando i passanti, appoggiato alla porta del suo negozio sopra la quale, a lettere rosse e blu, spicca la scritta DOGMAN. Marcello è un uomo pacato, mite e dolce, che si nutre delle piccole soddisfazioni della vita, ma è anche un uomo che non si ama, accondiscendente, che si sente sempre in difetto. Ed è su queste sue debolezze che ha sempre fatto leva Simoncino, mentre Marcello, incapace di dire no e di sottrarsi alle vessazioni del suo aguzzino, ha subito in silenzio. Ma qualcosa ora è cambiato, non è più disposto a sottostare e dopo l’ennesima beffa decide di vendicarsi: lo attira in negozio e lo rinchiude in una gabbia per cani, rendendolo impotente, inerme, come tante volte si è sentito lui.

Dogman, però, non è il racconto di un omicidio efferato. Di macabri dettagli e violenza gratuita non si fa menzione: è una pellicola che vive di relazioni, di personaggi e di atmosfere.

E non è importante dove si arriva, ma in che modo: l’assassinio di Simoncino è l’epilogo del percorso di un uomo che ha subito qualsiasi tipo di abuso e violenza psicologica, in cui la morte del suo carnefice si percepisce come la liberazione dall’orco, un gesto attraverso il quale Marcello chiede di essere riammesso in quella comunità che lo ha emarginato e additato come traditore. E quando Marcello, esile e leggero, trasporta il corpo del gigante cattivo per il quartiere, l’immagine che appare è di chi sta trasportando il suo più grande fardello, il suo più grande peso, la sua croce. Ma è anche una richiesta di attenzione, il desiderio di mostrare a tutti quello che ha fatto non solo per liberare se stesso, ma anche per liberare la comunità da quel criminale inviso a tutti. Perché Marcello è questo: è solo un uomo che ha bisogno di essere amato.

La potenza di questa fiaba vive, oltre che della scrittura e della regia, del casting. Ognuno dei personaggi ha il volto giusto, a partire dai due protagonisti. Edoardo Pesce sembra quasi irriconoscibile – anche dal punto di vista fisico – come fosse stato ripulito da qualsiasi barlume di umanità per diventare una bestia, una creatura verso cui non si riesce a provare empatia.

E anche i volti che costellano il film sembrano emersi da una terra lontana, di confine, emarginati dal resto dell’umanità, da Adamo Dionisi (Franco, l’orafo) a Francesco Acquaroli (il proprietario della sala giochi) fino a Nunzia Schiano (la madre di Simoncino). E infine lui, Marcello Fonte, la vera rivelazione, che con la sua semplicità e la dolcezza del suo sguardo riesce a trasmettere con tale forza allo spettatore lo spettro delle emozioni umane da rendere Dogman un’esperienza straordinaria.

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