Primavera Veneziana #1 “Foxtrot. La danza del destino” e “Charley Thompson”

Con l’arrivo della primavera si ha la sensazione che la stagione cinematografica volga ormai al termine, ma è proprio questo il periodo in cui i distributori danno fondo ai loro magazzini proponendo opere che sono state protagoniste dei principali festival dell’anno precedente. Quest’anno, in particolare, sono numerosi i film provenienti dal concorso ufficiale di Venezia 74 che vedranno finalmente “il buio della sala” nel corso di questi mesi. Oggi vi parlo di due opere che lo scorso anno al Lido furono tra le più attese.

 

Scorrendo il cartellone dei festival si va sempre alla ricerca dei nomi più conosciuti ed amati e quelli di Samoel Maoz e Andrew Haigh, pur non avendo alle loro spalle una ricca filmografia, sono tra quelli che la maggior parte degli appassionati di cinema avranno certamente segnato con un circoletto rosso dopo la conferenza stampa che annunciava i film scelti per il concorso veneziano dello scorso anno. Io ero tra questi.

Il nome del regista israeliano Samoel Maoz è ben noto al Lido da quando nel 2009 conquistò, un po’ a sorpresa, il Leone d’oro per “Lebanon”, mentre quello del britannico Andrew Haigh acquistò improvvisa popolarità nel nostro paese grazie al film “45 anni, insignito di un doppio Orso d’oro a Berlino nel 2015 per le interpretazioni, sia femminile che maschile, di Charlotte Rampling (poi vincitrice anche dell’Efa e nominata all’Oscar nel 2016) e di Tom Courtenay. Un successo che spinse la Teodora Film a distribuire successivamente anche un’opera di Haigh del 2011, “Weekend”. A Venezia 74 i due autori hanno presentato opere che mi hanno suscitato reazioni diametralmente opposte: conquistato da “Foxtrot” di Samoel Maoz  (in sala dal 22 marzo), sono rimasto invece profondamente deluso da “Charley Thompson” (in sala dal 5 aprile).

“Foxtrot” è certamente opera diversa rispetto a “Lebanon” perchè molto più complessa stilisticamente e più articolata narrativamente, ma ne conserva, senza esasperarlo, lo stesso carattere claustrofobico che è metafora dell’oppressione che la guerra esercita su ogni individuo che ne rimane coinvolto. Anche con “Foxtrot” Maoz, che nel 1982 fu carrista dell’esercito israeliano durante la guerra in Libano, sceglie quindi di denunciare l’atrocità dei conflitti che affliggono i paesi mediorientali, ma questa volta, anziché chiuderci, con lui e come lui, all’interno di un carro armato per renderci spettatori impotenti del gioco al massacro, ci mostra il dolore di chi aspetta e le giornate paranoiche di chi presidia un posto di blocco, proteggendo un confine da un nemico invisibile ed irriconoscibile. Il film è diviso in tre parti, la prima e la terza hanno come teatro dell’azione/non azione la casa dove vive la famiglia del soldato Jonathan, mentre la seconda, certamente la più interessante, ritrae proprio la vita del plotone militare di cui Jonathan fa parte.

Il film ha un prologo agghiacciante: tre militari bussano alla porta di casa, la madre apre la porta, intuisce il senso della tragica notizia che le stanno per comunicare e sviene, è solo allora che interviene il padre che supportato dai consigli più tecnici che umani degli ufficiali prova a gestire quel dolore. Siamo nella casa di un architetto e Maoz dà subito sfogo alla sua esuberanza stilistica con movimenti di macchina che esplorano simultaneamente gli spazi raffinati e gli animi angosciati. In quella casa torneremo nell’epilogo del film di cui niente può essere svelato perchè la dimensione narrativa del film sta proprio nella successione di eventi capaci di ribaltare più volte le conclusioni a cui giunge lo spettatore sin dalla scena iniziale. Il titolo Foxtrot allude ai movimenti di un ballo il cui passo finale riconduce il ballerino proprio sull’orma di quello iniziale, così come avviene in questo film in cui il giro di danza va necessariamente completato per poter arrivare alla totale esplorazione della vicenda e del dramma.

La seconda parte sembra essere un film a parte soprattutto perchè Maoz sceglie di abbandonare il crudo realismo del dramma familiare, per avventurarsi in un linguaggio surreale e grottesco, che perfettamente fotografa il senso dell’assurdo di ogni conflitto. Lo spettatore straziato dal dolore di una famiglia comincia improvvisamente a ridere amaro; alcune scene sono da antologia e la fotografia riesce ad impreziosire questo segmento dell’opera con i suoi colori ricchi di contrasto, ma smorzati nelle tonalità. La metafora diventa sempre più insistentemente la modalità comunicativa dell’autore: la baracca che lentamente declina da un lato sprofondando nel pantano che la circonda è lo specchio di un paese che non sa uscire dalle sabbie mobili della violenza e della paura; il cammello che appare come l’unico viandante che transita lungo la linea di controllo è l’immagine della vita che si prende gioco di quei giovani, spesso inconsapevoli del loro ruolo e sempre inconsapevoli del loro destino. Jonathan è forse l’unico capace di gettare uno sguardo su quel mal di vivere e di cercare una via di fuga: la sua passione è disegnare fumetti, ma il viaggio che il regista ci fa compiere all’interno dei suoi quaderni, per quanto bello visivamente e forte emotivamente, rischia di essere percepito come un’ulteriore divagazione stilistica. Rimane questa, a mio avviso, l’unica incertezza del film, ma va detto che il film ha diviso profondamente il pubblico e la critica e non sono mancati i detrattori che hanno accusato Maoz di eccessivo manierismo. La giuria veneziana ha però accolto molto favorevolmente l’opera assegnandole un più che meritato Gran Premio della Giuria.

Ben diverso è il discorso relativo a “Charley Thompson”, film che lascia piuttosto perplessi proprio per il suo linguaggio che sa di un cinema già visto ed ormai datato. Haigh, che con soli due film aveva rinverdito la mia passione per il cinema inglese, ci aveva abituato ad acute osservazioni delle complesse dinamiche relazionali all’interno del rapporto amoroso, ma in “Charley Thompson” si rifugia in un cinema classico costringendo lo spettatore a seguire il giovane protagonista nel suo peregrinare attraverso la vita e l’America alla ricerca di un suo posto nel mondo. Bravissimo, questo va detto, Charlie Plummer, vincitore del Premio Marcello Mastroianni a Venezia e recentemente visto anche nei panni di Paul Getty III nel film di Ridley Scott “Tutti i soldi del mondo”.

Charley è stato abbandonato dalla madre quando era ancora bambino ed ora, a 15 anni, vive con un padre vagabondo e donnaiolo. Quando conosce un allenatore di cavalli da corsa (Steve Buscemi) si lega particolarmente ad un cavallo di nome Lean on Pete (da qui il titolo originale del film) e ad una donna fantino che fa parte della scuderia (Chloe Sevigny), ma anche questa insolita dimensione familiare è destinata a durare poco. L’improvvisa morte del padre e la precaria condizione fisica di Lean on Pete, che ne segna inesorabilmente il destino, spingono Charley ad un atto estremo: rapire il cavallo ed attraversare l’America alla ricerca di una zia che ancora può donargli il calore di una casa. Ciò che rende inusuale il loro viaggio è che Charley non monterà mai il cavallo ma lo accompagnerà camminandogli sempre accanto. Le difficoltà si susseguiranno, ma rimarrà difficile trovare nella galleria di personaggi che incontreranno lungo la strada ritratti umani che possano scaldare il cuore o suscitare qualche emozione che abbia un sapore diverso dalla disperazione. Charley è un ragazzo a cui si prova a voler bene, ma del quale, in tutta sincerità, non ci si innamora mai abbastanza: la sua sfortuna è tanta, ma ad un certo punto viene il sospetto che il primo a non volergli bene è chi ha scritto la sua storia, tante e costanti sono le pene che gli infligge. Il titolo italiano del film fa riferimento a quello del romanzo da cui è tratto: “La ballata di Charley Thompson” di Willy Vlautin, edito da Mondadori.

/// il trailer di “Charlie Thompson”///

Nelle prossime settimane arriveranno nelle nostre sale anche “Una casa sul mare – La ville” di Robert Guediguian, “Mektoub, my love. Canto Uno” di Abdellatif Kechiche, “L’affido – Jusqu’à la garde” di Xavier Lagrande (Leone d’argento per la migliore regia e Leone del Futuro per la migliore opera prima), il documentario (lungo 197′) “Ex libris” di Frederick Wiseman e noi saremo pronti ad aprire nuove finestre su questa splendente primavera veneziana.

/// il trailer di “Foxtrot”///