Hannah. “Tu non pensi, tu non parli come l’uomo con cui potrei vivere”

Esce nelle nostre sale il 15 di febbraio il film di Andrea Pallaoro che ha rappresentato l’Italia in concorso ufficiale a Venezia 74 e che è valso una meritatissima Coppa Volpi a Charlotte Rampling.

 

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Charlotte Rampling vincitrice della Coppa Volpi a Venezia 74

Prendetevi novanta minuti del vostro tempo e lasciatevi guidare da questa sorta di fantasma che attraversa le sue giornate con dolore e dignità. Il suo nome è Hannah: ci piace soprattutto quando a pronunciarlo, quasi come un sussurro, è Nicholas il bambino non vedente di cui si prende cura nella lussuosa villa dove lavora come domestica.

Andrea Pallaoro, giovane regista trentino da anni trapiantato negli Stati Uniti, pedina Hannah in ogni suo spostamento, scegliendo la strada di una narrazione costruita sui gesti e sugli sguardi molto più che sulle parole. Un percorso reso possibile dalla forza silenziosa di una delle più grandi interpreti del cinema mondiale, quella Charlotte Rampling, che mette a disposizione del suo personaggio ogni millimetro del suo corpo, ogni respiro della sua anima.

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La vita di Hannah è segnata da qualcosa di orribile, una colpa non sua che la relega ai margini della società e della sua stessa famiglia. Quell’unico pasto consumato insieme al marito ci introduce al loro dramma e quella lampadina che si fulmina all’improvviso è l’espressione del buio in cui sta precipitando la loro esistenza. C’è ancora tempo per un po’ di luce: un gesto tenero, l’ultima “buonanotte” e poi è già mattino, quando, con gli occhi bassi come un bimbo al primo giorno di scuola, il suo uomo si lascia accompagnare fino a quel cancello che, inesorabile, segna la loro separazione; per lui si schiudono le porte del carcere, a lei non resta che tornare a casa ed aprire quella porta dietro la quale c’è l’unico affetto incondizionato, un cane cui si premura di dire: “non torna!”.

La porta di casa come i vagoni della metro sono scenari narrativi che Pallaoro utilizza ripetutamente come a sancire il ritorno alla quotidianità e i confini della solitudine. La metro sembra essere il palcoscenico della vita: gli operai muti si recano al lavoro avvolti nelle loro giubbe fosforescenti, un uomo inscena una danza (forse) per guadagnarsi qualche spicciolo, una ragazza rinfaccia il tradimento ad un compagno che non riusciamo a vedere, ma il riflesso dell’umanità in pena è stampato anche sulle larghe vetrate delle carrozze, è lì, ad esempio, che scorgiamo una giovane donna che si prepara per il più ingrato dei lavori. La regia di Pallaoro, sobria ed elegante, gioca abilmente con i riflessi e le trasparenze; le vetrate segnano spesso la linea di demarcazione tra due mondi distanti, come quelle che separano Hannah dall’opulenza della villa in cui lavora o dalla magia di una finta nevicata ripresa da una troupe cinematografica (molto suggestive le inquadrature dal – e del – negozio di fiori in uno dei momenti di maggiore vitalità di Hannah).

con il regista Andrea Pallaoro

Il suo volto ha troppo spesso gli occhi spenti, lo sguardo catatonico, ma il suo cuore non ha voglia di arrendersi, nei ritagli di tempo va in piscina e frequenta un laboratorio teatrale; ripassando una parte interpreta il ruolo di una donna che celebra la separazione dal proprio uomo attraverso una rituale restituzione delle fedi. Una scena che è evidente proiezione della sua vita, ma che al tempo stesso cerca di esorcizzare. I suoi tentativi di rimettere insieme una famiglia ormai ridotta a brandelli ci regalano momenti di infinita tenerezza. In una delle scene più intense e dolenti del racconto conosceremo anche suo figlio Michel ed il nipotino Charlie, ma ciò che resta maggiormente impresso nei nostri cuori sono i sorrisi e le (disperate ed innocenti) bugie raccontate al marito nel parlatorio del carcere.

“Hannah” è un film che chiede molto allo spettatore ma che sa restituire tanto di più a chi gli dà fiducia, a chi a voglia di lasciarsi trasportare in questo viaggio spettrale e carico di emozioni. Quelle che a Venezia non sono finite con i titoli di coda ma si sono fatte ancora più intense con la lunga ovazione a Charlotte Rampling e con la grande espressione di umiltà e riconoscenza del suo autore che ha preferito confondersi con la platea per tributare anch’egli l’applauso alla sua musa. E se parliamo di meritatissima Coppa Volpi alla Rampling in un’edizione della Mostra che vedeva in lizza anche le due grandi favorite all’Oscar, Frances Mc Dormand (Tre manifesti a Ebbing, Missouri) e Sally Hawkins (La forma dell’acqua), oltre ad Helen Mirren (Ella e John), forse non servono altre parole per definire l’immensità di questa interpretazione.

La balena arenata sulla spiaggia è metafora esplicita della vita di Hannah, benchè il mare sia lì a pochi metri, come gli immancabili vagoni di una metro che possono segnare l’inizio di un nuovo viaggio ma anche la fine della corsa.

/// il trailer  ///