Il bene mio. Una carezza al cuore, una scossa alle coscienze.

In un’edizione piuttosto arida della Mostra del Cinema di Venezia, in cui gli autori hanno investito molto più sull’estetica che sulle emozioni, all’improvviso, una mattina di settembre, è arrivata una carezza dolcissima al cuore di quei fortunati spettatori che gremivano la Sala Perla per l’unica proiezione de Il bene mio di Pippo Mezzapesa. Il film del regista pugliese, presentato come evento speciale delle Giornate degli Autori, ha commosso l’intera platea ed ora arriva nelle sale del nostro paese accompagnato da un coro di critiche estremamente favorevoli.

 

Il bene mio

Concedetemi una breve premessa, proseguendo nella lettura ne comprenderete presto il senso.

Mi capita spesso di associare il ricordo di avvenimenti importanti, soprattutto quelli drammatici, con i film che ho visto in quella stessa giornata. E’ come se la sala cinematografica servisse a sedimentare le emozioni esplose durante il giorno, in qualche modo assecondandole. Ricordo benissimo, ad esempio, il 31 ottobre del 2002. Nei corridoi del mio ufficio sentii il pavimento tremare sotto i piedi ma pochi minuti più tardi fu il cuore a tremare davanti alla notizia che in un paesino del Molise, San Giuliano di Puglia, una scuola era crollata lasciando sotto le sue macerie ventisette bambini ed una maestra. Fu un giorno di dolore per tutto il paese ed io la sera scelsi una sala cinematografica per continuare a convivere con le mie emozioni. Nel mio cineclub, il mio posto dell’anima, davano “Il pianista” di Roman Polanski, fresco vincitore della Palma d’Oro a Cannes, e fu lì che mi rintanai.

Il bene mio

Ma veniamo ora al film di Pippo.

Elia (Sergio Rubini) è il protagonista, il mattatore oserei dire, de “Il bene mio”. Lui è l’ultimo abitante di Provvidenza, un borgo devastato dal terremoto. Sotto le macerie della scuola elementare hanno perso la vita la moglie Maria ed i suoi piccoli alunni. Il paese è stato evacuato, tutti si sono trasferiti a valle, cercando di affidare all’oblio i propri dolori. Resta da convincere solo Elia ad abbandonare la propria abitazione prima di poter alzare l’ultimo muro e cingere di filo spinato un paese destinato a diventare tomba di ogni ricordo. Elia però la pensa diversamente, ha compreso che tutto ciò che gli resta è la memoria di ciò che è stato, di ciò che quella donna e quel luogo gli hanno dato. Elia si muove nel paese rincorrendo lo spirito della moglie, raccogliendo gli oggetti che trova lungo la strada e facendosi custode dell’identità di un’intera comunità. Nel mio personale immaginario il vagare solitario di Elia mi ricorda quello di Wladyslaw (Adrien Brody), il pianista ebreo che nel ghetto di Varsavia cerca di rimettere insieme i frammenti della sua comunità, della sua vita.

Il bene mio

Mezzapesa è narratore di straordinaria sensibilità e la delicatezza è lo strumento a cui si affida nel farsi interprete delle emozioni di ognuno di noi davanti alle calamità che costringono le persone a separarsi dalle proprie case e dalle proprie cose. Eh già, le cose… Chissà perchè quando ci sono queste tragedie il mio pensiero corre sempre al dolore che le persone provano a distaccarsi dalle proprie cose, al disperato tentativo che compiono tornando nelle case pericolanti per recuperarle. Perchè è vero che gli effetti personali si possono sostituire, ma gli affetti no e non è detto che del sentimento di affezione debbano farsi destinatarie soltanto le persone. Nella cura che Elia mette nel conservare gli oggetti sottratti alla devastazione c’è l’espressione più pura di un’umanità che resiste al fascino del consumo e cerca di rimanere ancorata al valore dell’appartenenza.

Il bene mio

Nonostante queste premesse Il bene mio non vuole però essere un film impregnato di dolore bensì di speranza, una favola dolce che ci riempie il cuore di tenerezza, un film politico (nel senso più nobile del termine) che ci ricorda che ancora esistono sacche di resistenza all’imbarbarimento che ci sta attanagliando e che ciascuno di noi, con i suoi piccoli gesti, può farsi artefice di un mondo migliore. Non mancano le occasioni per sorridere e la scelta di affidare il personaggio di Elia ad uno straordinario attore capace di far convivere nella stessa maschera il senso della tragedia e quello dell’ironia rappresenta un ulteriore punto di forza per un film che può vantare una scruttura solida che disegna alla perfezione ogni singolo personaggio.

Il bene mio

Rita (Teresa Saponangelo) e Gesualdo (Dino Abbrescia) rappresentano per Elia la continuità, il valore dell’amicizia. Rita è la comprensione, colei che sa prendersi cura di lui senza invaderne il campo, senza sfidarne la testardaggine. Gesualdo è la leggerezza, colui che con i suoi improbabili bus carichi di turisti giapponesi riesce a portare ancora un po’ di vita nel paese, colui che riesce persino ad aprire una porta sul futuro per Elia. Pasquale, il sindaco (Francesco De Vito) è invece il nemico dichiarato, è l’istituzione ottusa che mette il pragmatismo al di sopra persino dei legami familiari. E poi c’è Noor (l’attrice franco-algerina Sonya Mellah), personaggio la cui scoperta deve essere necessariamente lasciata allo spettatore che, seguendo l’immaginazione di Elia che si fa realtà, si troverà di fronte ad un altro tema di scottante attualità sul quale, ancora una volta, Mezzapesa è bravissimo a coniugare delicatezza ed incisività. In un cameo si riconosce anche Pinuccio Lovero, lo spassoso protagonista di una fortunata saga documentaristica firmata qualche anno fa dallo stesso Mezzapesa.

Il bene mio

Una curiosità che merita di essere raccontata è quella relativa al titolo del film che viene mutuato da un brano del cantore Matteo Salvatore che ebbe una vita controversa e travagliata ma che godette di grande popolarità soprattutto nella sua Puglia dove fu noto come “l’Omero di Apricena”.

Dopo la presentazione veneziana e prima del debutto odierno in sala, il film ha vissuto ieri sera un’emozionante anteprima ad Amatrice alla presenza del cast e della popolazione locale che ha espresso sentimenti di profonda gratitudine e soddisfazione per il messaggio di speranza e di impegno civile che il film ha saputo trasmettergli. Questo film, come dicevo in apertura, è una carezza dolcissima al cuore, ma anche una scossa veemente alle coscienze: l’auspicio è che possa arrivare ad un pubblico numeroso ed anche agli studenti nelle scuole. Se provassimo ad allargare il concetto di Giornata della Memoria questo film sarebbe perfetto per quell’occasione, come suggeriva (inconsciamente o forse no) il mio parallelo con “Il pianista” di Polanski.

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