Il cratere e Manuel. Sogna ragazzo sogna

Il cinema di periferia, i racconti di marginalità, ma anche la forza di chi ad un destino, apparentemente già scritto, non vuole arrendersi: “Il Cratere” di Silvia Luzi e Luca Bellino e “Manuel” di Dario Albertini, entrambi già visti a Venezia lo scorso anno, sono due delle più interessanti pagine di cinema italiano di questa stagione.

Il Cratere e Manuel

Quante storie di adolescenza violata e di sogni mai del tutto infranti ha saputo regalarci il cinema italiano in questi ultimi anni: quanti bei film e quanti giovani interpreti che hanno dimostrato un talento attoriale (e talvolta anche canoro) destinato ad avere un radioso futuro. Penso a “Salvo” e “Sicilian Ghost Story” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, a “La ragazza del mondo” di Marco Danieli, a “Indivisibili” di Edoardo De Angelis, ad “Alì ha gli occhi azzurri” e “Fiore” di Claudio Giovannesi, a “Veloce come il vento” di Matteo Rovere, a “Cuori puri” di Roberto De Paolis. Ed ora a questa lista è doveroso aggiungere due opere che, dopo essere state presentate in due differenti sezioni di Venezia 74, sono finalmente arrivate sugli schermi italiani accompagnate da un coro di critiche molto positive: “Il cratere” di Silvia Luzi e Luca Bellino (in sala dal 12 aprile) e “Manuel” di Dario Albertini (in sala dal 3 maggio).

Purtroppo nemmeno con Sharon (Il cratere) e con Manuel la vita si è rivelata troppo generosa. Le loro strade (rispetto alla famiglia) seguono direzioni opposte, ma sono segnate dallo stesso dolore perchè legate in particolar modo al rapporto conflittuale ed irrisolto con la principale figura genitoriale.

Sharon è giovanissima, va a scuola con alterne fortune, ma il percorso formativo è principalmente focalizzato sul canto. E’ una promessa (almeno nelle intenzioni dei genitori) della musica neomelodica napoletana, ma soffre l’eccessiva pressione che le viene messa addosso dal padre, un venditore ambulante che sbarca il lunario vendendo pupazzetti di peluche alle feste di piazza e che attraverso il talento della figlia sogna di trovare riscatto ed affermazione.

Manuel, è un ragazzo generoso ed intelligente, che al compimento del diciottesimo anno di età esce dalla casa famiglia, cui è stato affidato dopo l’arresto della madre (del padre non vi è alcuna traccia), e imbocca la strada verso casa, sul litorale laziale, carico di speranza ma anche di tanta paura. Ad attenderlo c’è subito una grande prova, l’avvocato di famiglia infatti si sta battendo perchè a sua madre vengano concessi gli arresti domiciliari sotto la tutela dello stesso figlio.

Silvia Luzi e Luca Bellino provengono dal mondo del documentario e per la loro opera prima scelgono di restare fedeli a quel taglio registico. Il loro è cinema del reale nel senso più profondo del termine: costruiscono una storia di finzione partendo da elementi che appartengono alla vita vera. Durante la visione de “Il cratere” allo spettatore risulta addirittura difficile immaginare che quanto raccontato sia in qualche modo frutto di un lavoro di scrittura e quindi di artefazione. La famiglia Caroccia, quella di Sharon (figlia) e Rosario (padre), viene ripresa nella casa dove vive e nell’esercizio di quelle che sono le loro reali attività quotidiane: la bancarella, la scuola, il canto.

Ad accrescere l’iperrealismo narrativo è il linguaggio scelto dai due registi per la rappresentazione della storia. I tempi di ogni singola scena sono quelli della vita, fatti di eventi narrativamente significativi dispersi nello scorrere di un’esistenza, per lunghi tratti, apparentemente insignificante. Le chiacchierate a tavola servono a farci conoscere la dimensione umana della famiglia ma quasi mai segnano in maniera determinante la narrazione. I litigi tra un padre ambizioso ed insoddisfatto ed una figlia che sta perdendo ogni entusiasmo e motivazione sono reiterati ed hanno nel loro susseguirsi la capacità di trasmettere allo spettatore tutta la frustrazione dei due contendenti. Rosario in realtà è esasperante ed in questo è specchio fedele di tanti genitori che mettono nei successi artistici o sportivi dei figli un cumulo di aspettative estremamente pericoloso. Silvia e Luca sono abilissimi ad accentuare ogni emozione attraverso la particolare tecnica di ripresa che stringe sui volti e lascia tutto ciò che è sullo sfondo fuori fuoco; il rapporto ravvicinato amplifica i sentimenti di repulsione o comprensione ed impedisce allo spettatore di dichiararsi neutrale o indifferente. L’incipit è bellissimo con Sharon, alle prese con lo studio del verismo e del realismo francese, che parla di Verga e di Flaubert (in francese) mostrando tutta la sua innocente dimensione fanciullesca ma anche rendendo esplicito il manifesto programmatico del film.

L’estetica, pur nella povertà umana e materiale dei suoi scenari, è straordinariamente raffinata, la musica è elemento di raccordo fondamentale ed è disseminata lungo tutto il film creando suggestioni anche in chi non ha particolare familiarità con il genere. Sui titoli di coda si stringe il cuore ascoltando le note di “Na stella”, brano di Fausto Mesolella affidato alla voce di Gianmaria Testa: due grandissime espressioni del panorama musicale italiano che hanno lasciato un enorme vuoto. Ma prima dei titoli di coda c’è ancora spazio per i sogni di Sharon, quelli tutti suoi e non quelli costruiti per lei da un padre-padrone. Il debutto di Sharon Caroccia, intesa in questo momento come interprete e non come personaggio, è una rivelazione che commuove ed entusiasma e la camera stampata sul suo volto asseconda perfettamente il desiderio dello spettatore che non vorrebbe mai distogliere lo sguardo dalle sue espressioni magnetiche. “Il cratere” del titolo non rappresenta le viscere magmatiche di una terra difficile, ma è il nome di una costellazione che difficilmente si riesce a vedere brillare. A ciascuno spettatore la propria interpretazione della metafora, ma parlando di astri nascenti non dovrebbe essere difficile ritrovarsi in una visione comune.

///il trailer de Il cratere///

Manuel di Dario Albertini utilizza un linguaggio senz’altro più definito sul piano narrativo ma non rinuncia al rapporto ravvicinato con il suo protagonista. La tecnica del pedinamento si fa così totale immersione nella vita di un ragazzo che affronta la scoperta del mondo. Ciò che fa di Manuel un ragazzo (e quindi un film) diverso dagli altri è il suo sguardo fiducioso, è quel cuore che non conosce rabbia ed emana amore. Ed è per questo che si corre seriamente il rischio di passare la prima parte del film con un sorriso tenero stampato sul volto che in un film del genere proprio non ti aspetti. Non è un caso che l’abbraccio diventi gesto ricorrente e carico di significati lungo tutta la narrazione ed in particolare in quella prima metà d’opera; se ne contano diversi e rappresentano le istantanee più belle del film, quelle che meglio di tutte lo fotografano.

Il primo abbraccio, forse il più bello, ci viene mostrato in lontananza, quasi come se lo osservassimo attraverso il buco di una serratura, è quello tra Manuel ed una ragazza che nell’istituto per minori ci pare di capire stia vivendo un momento di particolare disagio e ribellione che la costringe a sopportare l’isolamento e la costante vigilanza. E poi c’è quello tra Francesca (una volontaria) e Frankino (un uomo che vive di stenti e di una difficile comunicazione con il mondo esterno), due figure in cui Manuel s’imbatte fugacemente ma che si rivelano immediatamente portatrici di ulteriore generosità e tenerezza. Francesca in realtà ci concede anche una divagazione cinefila citando Truffaut alla vigilia di un provino a cui sta per partecipare. E forse anche partendo da questo piccolo omaggio, qualcuno ha voluto vedere negli occhi di Andrea Lattanzi (Manuel) un po’ dello sguardo di Antoine Doinel. E’ un parallelo estremamente impegnativo, ma l’interpretazione di Lattanzi (che di anni ne ha 25 e nei panni di un diciottenne sa starci benissimo) è talmente folgorante che questi slanci carichi di entusiasmo se li merita tutti. A breve lo vedremo nuovamente sullo schermo in “Sulla mia pelle”, l’attesissimo film di Alessio Cremonini sul caso Cucchi. Nel cast di “Manuel” il ruolo della mamma è invece affidato a Francesca Antonelli.

Nella seconda parte del film cambia decisamente il tono del racconto, ma si rafforzano le emozioni. Per Manuel il ritorno a casa è quello dell’assunzione di responsabilità, del sacrificio, ma soprattutto dell’esercizio della buona volontà. Una dote che a Manuel non manca ma che, in un ambiente degradato come il suo e con tante pressioni sulle spalle, è costantemente minacciata dalle peggiori tentazioni e da qualche discutibile frequentazione. Ciò che però rende Manuel un piccolo eroe per il quale siamo sempre pronti a fare il tifo è la lotta che inscena con le sue ansie e con la prepotente paura di non riuscire ad essere all’altezza di quanto gli viene richiesto. Manuel è uno di quelli a cui i sogni li hanno rubati, ma che non ha nemmeno mai smesso di costruirne di nuovi.   Traendo spunto da un suo lavoro documentario del 2015 che testimoniava l’esperienza della Repubblica dei Ragazzi, struttura che da oltre 70 anni accoglie a Civitavecchia giovani privi di sostegno familiare, Albertini firma un’opera prima meravigliosa che racconta quanto sia difficile, ma anche possibile, realizzare un progetto di vita partendo da basi tanto complicate. Dario Albertini è anche compositore ed autore della colonna sonora dei suoi film.

Sogna ragazzo sogna, ti ho lasciato un foglio sulla scrivania,
manca solo un verso a quella poesia,
puoi finirla tu.

///il trailer di Manuel///