“Il dubbio – Un caso di coscienza”. Jalilvand e il cinema morale iraniano

Arriva giovedì 10 maggio nelle sale italiane uno dei film più belli della passata edizione della Mostra del Cinema di Venezia. “Il dubbio – Un caso di coscienza” ci fornisce così l’occasione per una più ampia analisi sull’ormai diffusa tendenza del cinema iraniano a confrontarsi con le questioni morali.

 

Il dubbio. Un caso di coscienza

L’opera di Vahid Jalilvand vive una relazione di stretta parentela con quelle di altri autori che nel recente passato hanno consentito alla cinematografia iraniana di affermarsi come una delle più interessanti e prolifiche dell’intero panorama internazionale. Ashgar Farhadi, che proprio in questi giorni ha inaugurato il Festival di Cannes con un film che per la prima volta esplora territori e culture differenti da quelle del suo paese (“Il passato” era ambientato a Parigi, ma raccontava comunque di una famiglia iraniana trapiantata in Francia) è certamente l’autore di maggiore spicco di questo nuovo filone cinematografico che mi piace definire “cinema morale”, ma Vahid Jalilvand conferma di esserne uno dei migliori interpreti

Il film esce in Italia con un doppio titolo che esprime chiaramente la condizione interiore del protagonista; a Venezia, dove lo scorso anno aveva vinto il premio per la migliore regia nella sezione Orizzonti, il film era stato invece presentato con il titolo (tradotto in inglese) di “No date, no signature”, un’espressione che fa riferimento a quell’atto medico-legale che sarà costantemente protagonista del racconto.

Nariman, è un medico anatomopatolgo, lavora presso il dipartimento di medicina legale di un grande ospedale dove sua moglie gli è collega e principale punto di riferimento. Una sera tornando a casa dopo il lavoro, rimane coinvolto in un incidente stradale apparentemente banale. Per evitare l’urto con un auto che lo sorpassa avventatamente  spinge fuori strada un motorino su cui viaggia una famiglia di quattro persone di cui immediatamente si coglie la disagiata condizione economica. Il piccolo Amir Alì, di otto anni, rimane leggermente contuso ad un braccio e dice di aver battuto la testa; il dottore è molto premuroso nei suoi confronti ma il padre si rifiuta di portarlo in ospedale e solo dopo molte insistenze accetta una piccola somma di denaro come forma di scusa più che di risarcimento. Il giorno dopo purtroppo Nariman scopre che tra i corpi da sottoporre ad autopsia c’è anche quello del bambino, giunto già morto in ospedale nel cuore della notte per cause ancora da scoprire. L’autopsia eseguita dalla moglie di Nariman dà però un esito imprevisto sollevando, almeno formalmente, il medico dalle sue presunte responsabilità ed innescando un complesso meccanismo di sensi di colpa che finisce con il coinvolgere anche altre persone in una vicenda che progressivamente assume il carattere del thriller psicologico.

Tanti sono gli elementi narrativi che mettono, come dicevo in apertura, questo film in relazione con le opere di Fahradi e di altri autori contemporanei del cinema iraniano in un percorso che sembra allontanarsi dal cinema dei grandi maestri del recente passato come Abbas Kiarostami e Moksen Makmalbaf ed in parte anche da Jafar Panahi. Il cinema di Jalilvand, come quello di Farhadi, investiga innanzitutto i ceti più agiati e colti della società iraniana (non parlo di borghesia perchè i parametri economici di riferimento rischiano di far apparire stonata questa definizione) ma utilizza sempre l’incontro-scontro con gli strati più poveri e depressi come punto di rottura degli equilibri. Non importa chi sia la vittima e chi il carnefice, quello che conta è la collisione ed il tracollo psico-emotivo che da esso si generano. Nariman è inizialmente dalla parte del torto e per questo si confronta con il senso di colpa, Emad, protagonista de “Il cliente” di Farhadi, si sente invece vittima ed è pervaso dal bisogno di vendicarsi fino all’umiliazione dell’anziano e malsano aggressore di sua moglie; nella sostanza i loro percorsi sono assolutamente identici e ruotano intorno a quelle due parole contenute nel doppio titolo del film: dubbio e coscienza. Un dubbio ed un’analisi di coscienza che gli autori iraniani riescono a proiettare nell’animo dello spettatore, fino a costringerlo a porsi ripetutamente la domanda: “ma io cosa farei al loro posto?”. La ricerca della verità ed il bisogno di concedere perdono appaiono opzioni molto meno scontate di quanto in altri casi saremmo portati a credere. Ed è così che davanti a questo complesso meccanismo di introspezione nasce quello che poc’anzi avevo definito “il cinema morale” iraniano.

Un’altra parola è certamente decisiva nell’interpretazione di questo film ed è appunto “verità”. La ricerca di essa anche oltre la comoda ed appagante evidenza di un referto autoptico diventa ossessione per Nariman, al punto che persino allo spettatore viene il dubbio che quella verità possa non essere così necessaria. Su questo tema si apre immediatamente un link che ci ricollega ad un altro bellissimo film iraniano di qualche anno fa: “Melbourne”. Nell’opera prima di Nima Javidi una verità tanto semplice quanto agghiacciante (la morte nel sonno di una neonata affidata per qualche ora ad una giovane coppia in procinto di trasferirsi in Australia) viene incredibilmente nascosta a familiari e possibili soccorritori fino a diventare il denotare di emozioni e conflitti, che finiscono con il travolgere ancora una volta la coscienza dello spettatore.

Molte altre riflessioni restano necessariamente taciute in questa sede perchè strettamente connesse agli sviluppi della trama di un’opera che trova un ulteriore elemento di bellezza nell’incastro di tanti sottotesti che non minano la coerenza e la continuità narrativa ma al contrario ne accrescono la profondità e la complessità introspettiva. Un meccanismo evidentemente non nuovo nel cinema di Jalilvand che lo aveva già brillantemente sperimentato nel suo altrettanto bello ed intenso “Un mercoledì di maggio”, anch’esso presentato a Venezia nel 2015. Un’altra storia in cui il corto circuito si innesca nel momento in cui un uomo ricco decide di incontrare un folto popolo di bisognosi per scegliere chi tra essi aiutare attraverso una cospicua donazione. Wednesday, May 9: è questa la data segnata sull’annuncio che invita a recarsi al colloquio.

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