Il prigioniero coreano. “Più forte è la luce, più grande è l’ombra”

Kim Ki Duk è tornato. Il prigioniero coreano, il film con cui lo ritroveremo nelle sale italiane a partire da giovedì 12 aprile, era stato presentato nel 2016 a Venezia con il titolo di”The net” (o “Geumul” nella lingua del suo paese). Intanto, tra le ormai immancabili polemiche per presunti abusi fisici e sessuali sul set di “Moebius”, lo si è rivisto anche quest’anno a Berlino dove ha presentato il suo nuovo film “Human, Space, Time and Human”, definito da molti ultra-violento.

 

il prigioniero coreano

L’immagine di Kim Ki Duk che intonava l’Arirang, il canto popolare coreano, sul palco della Sala Grande di Venezia subito dopo aver conquistato il Leone d’oro del 2012, si era un tantino offuscata negli anni seguenti quando al Lido era arrivato con due opere, “Moebius” e One on one”, che avevano lasciato piuttosto delusi i suoi sostenitori. Il timore era che il suo straordinario talento visionario fosse rimasto imbrigliato, nonostante la felice parentesi di “Pietà”, in quella crisi mistica che lo aveva duramente segnato dopo il drammatico incidente in cui, nel 2008, sul set di “Dream”, aveva visto una sua attrice rischiare la vita. Ma a Kim Ki Duk gli si vuole sempre bene e quando nel 2016 (dopo aver realizzato “Stop”, mai arrivato in Italia) è tornato a Venezia per inaugurare la nuova sezione “Cinema in Giardino” la speranza di rivedere il maestro coreano tornare in auge si è subito materializzata nell’animo dei suoi fans.

“The net”, abbiamo detto, quella di un uomo modesto, di un pescatore nord-coreano che da tutta la vita, ogni mattina, cerca di recuperare in quella rete il frutto del suo lavoro, il sostentamento per la sua famiglia. Ma quello che Nam Chul-woo non sa, la mattina in cui ne facciamo la conoscenza, è che lui stesso sta per rimanere impigliato in una rete, quella dell’assurda guerra ideologica tra le due Coree e che, come per i “suoi” pesci, anche per lui il tempo della libertà sta per finire.

Il cinema di Kim Ki Duk ha sempre avuto una valenza politica, ma l’indagine sociale è sempre stata il sottotesto di racconti molto più privati, in cui i sentimenti si fondevano con la violenza espressiva di chi ne era portatore, privilegiando nello spettatore il bisogno di un’indagine psicoanalitica e di una decodificazione simbolica. E’ per questo che diciamo che con questo film Kim Ki Duk firma l’opera più politica della sua lunga filmografia: entra questa volta fin dentro le oscure stanze del potere e si erge, senza mezzi termini, a giudice di un sistema socio-politico che, proprio come la rete del pescatore non lascia alcuno scampo a chi vi rimane impigliato. In realtà egli aveva già affrontato il tema della contrapposizione tra le due Coree ed il ruolo delle spie (o presunte tali) in “The coast guard” del 2002, ma in quel caso il racconto aveva assunto un carattere intimo ed onirico che sembrava maggiormente in linea con la sua abituale produzione. Altra differenza che balza immediatamente all’occhio, anzi all’orecchio, tra “Il prigioniero coreano” e le opere che lo hanno preceduto è il carattere logorroico del racconto che prende il posto dei lunghi silenzi del passato (“Ferro 3” era addirittura completamente privo di dialoghi). La violenza fisica non manca, ma molto spesso quella verbale ne prende il posto: gli interrogatori, ad esempio, sono urlati dando allo spettatore la sensazione di un vero e proprio combattimento.

Torniamo ora un attimo indietro e proviamo a capire come il povero Chul-woo sia finito nella rete. Quando lo conosciamo sembra che stia vivendo una mattina come tante. Kim Ki Duk parte da lontano, la descrizione della sua umile esistenza sta in quella piccola stanza dove sul pavimento dormono lui, la moglie e la figlioletta piccola, “costretta” a tirarsi la coperta sugli occhi per concedere ai genitori un momento di intimità. Sulle pareti campeggiano le immagini della “famiglia del grande generale”, che, incurante di quella intimità, controlla le vite di tutto il suo popolo. E’ una mattina come tante e Chul-woo si reca come sempre al fiume per prendere la sua barchetta e recarsi a pesca, i controlli sono ossessivi ed asfissianti, così come le raccomandazioni di stare attento a non sconfinare nel territorio del Sud separato dalle acque del nord, in quella zona, da pochi metri e da una fragile linea di boe. Il destino è beffardo, la rete finisce tra le eliche del motore, Chul-woo non si attiene alle disposizioni di abbandonare la barca, suo unica fonte di reddito, ed in pochi istanti si ritrova dall’altra parte dove ha inizio la sua odissea.

La Corea del Sud, il suo paese, è l’oggetto a cui Kim Ki Duk rivolge la critica più severa. Quel paese che si professa democratico mostra immediatamente il suo carattere prevaricatore inscenando un assurdo processo ai danni del povero pescatore del nord accusato, contro ogni evidenza, da un abietto funzionario di polizia di essere una spia. Nessuno sembra credere a questa tesi, ma quasi tutti lo lasciano fare, fino a far sfociare i tentativi di estorcergli una confessione nell’esercizio della tortura. Il secondo stadio della persecuzione, fallita miseramente l’ipotesi dello spionaggio, prevede l’induzione alla diserzione, si cerca cioè di convincere il buon Chul-woo che gli affetti familiari, che lo spingono insistentemente a voler tornare al Nord, non possono essere ragione sufficiente per rinunciare alla splendida opportunità che gli viene concessa di cominciare una vita di libertà ed agi in un paese migliore. A tale scopo, e qui c’è sicuramente la parte più bella del film, Chul-woo viene lasciato libero tra le vie di Seul dove i magazzini ostentano un’opulenza a lui sconosciuta. Gli occhi sbarrati con cui il pescatore si rifiuta di entrare in contatto con quel mondo ci riportano alle atmosfere più toccanti del cinema del maestro coreano, quelle in cui il corpo, attraverso le sue scelte più estreme, diventa straordinario rivelatore della profondità d’animo. In questo caso gli occhi sbarrati sono espressione di una vasta gamma di paure.

il prigioniero coreano

Ed è la paura che alla fine lo costringe ad aprire gli occhi e a cercare salvezza. Avventurandosi tra le strade di Seul Chul-woo capisce che il benessere non è per tutti e tanta miseria umana si nasconde anche tra i vicoli di quella città città dal volto falsamente dorato, perchè, come gli spiega l’unica persona che lo prende a cuore, “più forte è la luce, più grande è l’ombra”. E’ una giovane guardia il suo amico, l’unico a credergli, l’unico a proteggerlo, l’unico a volergli bene fino a preoccuparsi di rendere migliore il suo ritorno al nord. Ma il destino continua a prendersi gioco di lui ed anche la benevolenza di quel ragazzo gli si ritorcerà contro. Il ritorno al nord sarà solo la conferma che la rete ha maglie tanto fitte che una volta che ci sei finito dentro non ne esci più. La guerra tra i due paesi è come tutte le guerre, un capriccio dei potenti che hanno bisogno del popolo solo per dimostrare che il proprio esercito di soldatini è più bello di quello del nemico.

il prigioniero coreano

“Perchè ridi?” chiede Chul-woo alla moglie mentre consumano la colazione dopo aver fatto l’amore. “Pensavo che appena sveglio sei particolarmente bello” le dice lei. La bellezza è un attimo, è un’emozione, e non potrà mai abitare negli “eserciti di soldatini” dei potenti signori della guerra.

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