La forma dell’acqua. Quando Amelie incontra E.T.

Il vincitore del Leone d’Oro di Venezia 74 si candida, con le sue 13 nomination, ad essere anche uno dei grandi protagonisti della Notte degli Oscar. Il film è nelle nostre sale dal 14 febbraio.

 

Le delicate note di Alexandre Desplat (nove nomination ed un Oscar finora per lui) aprono il film e ci conducono subito in un mondo acquatico; non siamo sui fondali marini, ma i riflessi verdi che emergono dall’oscurità suggeriscono questa sensazione; siamo in un ambiente domestico completamente inondato dall’acqua che, con dolcezza, rimette ogni cosa al proprio posto e adagia il corpo di una donna su un morbido sofà. Suona la sveglia, forse è la fine di un sogno, ma è anche l’inizio di una magia che solo i grandi fabbricanti di emozioni sanno regalarci.

Guillermo Del Toro firma un’opera che è sublimazione del suo cinema e del genere fantasy; omaggia i grandi classici del passato con espliciti riferimenti a Il mostro della laguna e La bella e la bestia, ma lascia a ciascuno spettatore il piacere di ritrovare frammenti di cinema del proprio cuore; nasce così nel mio personale immaginario l’incontro tra Amelie ed E.T. mentre qualcun’altro ripenserà a Jessica Lange poggiata sul palmo della mano di King Kong.

Per indossare i panni di Elisa, la principessa senza voce, Guillermo Del Toro non poteva scegliere interprete migliore che Sally Hawkins. Chiusa nel suo silenzio, di cui una brutta cicatrice sul collo ci spiega la ragione, Elisa è una donna fragile solo in apparenza, ma è proprio dietro quell’aria tenera e svampita, che rievoca la Poppy di Happy go lucky, che nasconde vitalità e determinazione.

Elisa ha trovato nel sensibile ed insicuro vicino di casa omosessuale Giles (Richard Jenkins) e nella tenace e simpatica collega di colore Zelda (Octavia Spencer) il senso dell’amicizia e della solidarietà. Le due donne lavorano come personale di pulizia in un centro di ricerche aerospaziali e si trovano ad essere involontarie testimoni della brutale condizione di cattività in cui è tenuta una creatura anfibia dotata di sorprendente intelligenza e capacità comunicativa (qualcuno pensa che fosse addirittura un dio per la sua civiltà).

Siamo a Baltimora nel 1962, il clima da Guerra Fredda è incarnato dal cinico colonnello Strickland (Michael Shannon) e dal dottor Hoffstetler (Michael Suhlbarg), la spia russa dal cuore buono. Il piano per liberare il “mostro” architettato da Elisa e il nascondiglio che gli offre nella sua casa aggiungono al film la suspance di una spy-story e il romanticismo di una potente storia d’amore.

Nell’incontro con la creatura Elisa vive la gioia di non essere più vista come diversa (“Lui non sa che sono incompleta”, ma forse neanche gli interessa saperlo). La musica, come l’acqua e come l’amore, non ha forma ma occupa tutto lo spazio che gli viene concesso e avvolge gli amanti. E così il primo vero momento di tenerezza tra Elisa e la creatura è sancito dalle note di I know why di Glenn Miller liberate nell’aria dalla puntina di un vecchio giradischi.  I know why and so do you “intona” Elisa, ma entrambi ormai sanno perchè la magia dell’amore, quel fenomeno apparentemente così contro natura, sta toccando proprio a loro. Non sono solo le composizioni originali di Alexandre Desplat ad accompagnarci lungo la visione dell’opera, ma anche un ricco repertorio d’epoca che va da Chica chica boom chic di Carmen Miranda alla splendida versione de La javanaise interpretata da Madeleine Peyroux. Tanti sono comunque gli omaggi al cinema e alla musica degli anni ’40 e ’50, spesso riuniti negli spezzoni di film che passano sulla televisione di casa di Giles e sui quali Elisa si lascia andare a qualche passo di tip tap.

Come in ogni fiaba che si rispetti la linea di demarcazione tra buoni e cattivi è molto netta e la galleria degli ultimi offre un meraviglioso campionario di umanità. Giles, è forse l’ultimo tra gli ultimi, ma anche l’amico alla cui porta ognuno di noi vorrebbe sapere di poter bussare. La sua omosessualità lo ha tagliato fuori dal mondo del lavoro e lo ha relegato in un angolo della casa dove continua a disegnare campagne pubblicitarie nella speranza che quel mondo gli riapra le porte, ma è soprattutto la ricerca di un sentimento corrisposto a renderne struggente la figura. Continua a collezionare fette di un’orribile torta al lime accogliendo l’invito di un barista che fingendo gentilezza saluta tutti con un ipocrita “Tornate presto!”. In realtà proprio quell’uomo che nel film appare per pochi minuti è l’emblema dell’America di quegli anni e l’oggetto della denuncia che Del Toro rivolge alla società contemporanea. In una scena tristemente significativa il barista rifiuta il servizio ad una coppia di colore e risponde stizzito ad una timida avance di Giles allontanandolo bruscamente dal locale. Il tema della diversità, palesemente al centro dell’opera di Del Toro, viene così declinato nelle sue conseguenze più drammatiche, la solitudine di chi ne è portatore e l’intolleranza, l’aggressività ed il razzismo di chi non riesce a coglierne il valore.

Del Toro riesce a mettere insieme tutte le componenti essenziali del cinema in un’amalgama assolutamente perfetto. Il reparto tecnico contribuisce in maniera determinante a confezionare immagini che sono autentiche carezze per gli occhi e per il cuore. Meravigliosa è la ricostruzione scenografica che appoggia gli appartamenti di Elisa e Giles sulla splendida struttura del Cinema Orpheum sul cui schermo vengono proiettati La storia di Ruth (1960) e Martedì Grasso (1958). Un elegante gioco di luci e penombra contribuisce a conferire maggiori suggestioni agli ambienti, grazie anche ad una fotografia costantemente virata al verde. “Il verde è il colore del futuro” suona pomposo il capo di un’agenzia pubblicitaria che rifiuta un manifesto disegnato da Giles rimproverandogli proprio lo scarso utilizzo di quel colore. Rimprovero che mai potrebbe essere fatto a Guillermo Del Toro che il verde lo mette un po’ ovunque, usandone tutte le gradazioni e sfumature, ma soprattutto pensando che è il colore della speranza, quella che certamente il film vuole infondere nell’animo degli spettatori.

Le emozioni della creatura si illuminano invece di blu ogni volta che abbraccia la sua amata, anche mentre, avvolti dalle acque, una scarpetta rossa (doppia citazione de Le scarpette rosse e de Il mago di Oz) si stacca dal piede di Elisa per avviarsi verso il fondo del mare.

You’ll never Know – siamo ai titoli di coda – tu non saprai mai quanto ti ho amato, con questa dichiarazione Del Toro consegna definitivamente l’amore tra Elisa e la creatura alla storia del Cinema.

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