L’isola dei Cani. Anderson, il Giappone e la tecnica della stop motion.

“L’isola dei cani” di Wes Anderson è l’esempio lampante di come nel cinema di animazione la tecnica dello stop motion sia sottovalutata. In un’epoca in cui ormai i film animati sono quasi esclusivamente realizzati con la tecnica 3D, credo che si sentisse il bisogno ora più che mai che un regista così importante tornasse all’utilizzo di questa tecnica.

l'isola dei cani

Ovviamente non si tratta del primo lungometraggio animato del regista, eppure nel 2009 Fantastic Mr Fox si trovava all’interno di un panorama più ampio, affiancato da altri capolavori quali “Coraline” e “Mary and Max“.
Personalmente ritengo che questo tipo di tecnica riesca a dare una magia tutta sua ad ogni storia raccontata tramite essa. Sarà perché ormai quasi tutte le nuove opere sono realizzate dalla casa di produzione Laika, che finora non ha sbagliato un colpo.

Tornando ad Anderson, Fantastic Mr Fox era un prodotto ben riuscito, esteticamente impeccabile come ogni suo lavoro, e con una storia molto conosciuta tratta da una fiaba di Roald Dahl. Che cosa ha in più l’isola dei cani? Sicuramente il fatto di essere stata scritta totalmente dal regista: non a caso, è un vero e proprio film di Wes Anderson in una nuovissima veste nipponica. Si notano cambiamenti rispetto ai suoi lavori precedenti non perché torna al cinema di animazione, ma perché usa lo stop motion come mezzo per potersi totalmente immergere nel cinema giapponese, in particolare di Kurosawa, per sua stessa ammissione.

Si può dire che la pellicola in sé sia un omaggio: all’uomo, al suo più fedele compagno, al Giappone e al cinema.

L'isola dei cani

La trama viene scandita da una divisione in più parti, proprio come tutti i film di Anderson, dando sempre quel tono letterario e fiabesco.
Ambientato in un futuro non troppo lontano (2037), il Giappone è afflitto da un’enorme crescita della popolazione canina, unitamente alla comparsa di una malattia che affligge questi poveri animali. Il governo quindi decide di esiliarli tutti in un’isola-discarica, che diventerà appunto l’isola dei cani. La trama ha una svolta quando il piccolo Atari, di soli dodici anni, nonché pupillo del sindaco che ha creato l’isola, sceglie di andare a salvare il suo cane da guardia, Spots. Da qui ci sarà una serie di avventure e disavventure, in cui cani randagi e cani da salotto dovranno collaborare tra loro, così come i cani e il piccolo umano.

La peculiarità più bella del film, è la comunicazione: gli umani, parlano tutti in giapponese, non sempre vengono tradotti; i cani invece in inglese/italiano. Molte volte quindi vi è una vera e propria incompatibilità comunicativa, che porta con sé scene con lunghi silenzi, sicuramente un omaggio al cinema Giapponese, ma che in un contesto di un film di animazione dà qualcosa di ancora più fiabesco ed etereo.

l'isola dei cani

I colori e la simmetria la fanno da padroni, così come i set assolutamente curati in ogni dettaglio: sui colori, è molto interessante vedere come, quando abbiamo l’inquadratura dal punto di vista dei cani, siano assenti i colori rosso e verde, proprio perché non possono percepirli. Altro punto di forza del film sono i dialoghi, delicati ma forti, in conformità con ogni personaggio: ogni cane ha una sua personalità che va delineandosi durante il film, con anche qualche ben piazzato colpo di scena.

Tra i doppiatori troviamo nomi di spicco, in primis Bill Murray, attore feticcio del regista, insieme a Edward Norton con cui aveva già collaborato per Moonrise Kingdom e Grand Budapest Hotel; altri nomi già noti nella filmografia di Anderson abbiamo: Tilda Swinton, Greta Gerwig, Jeff Goldblum (tutti presenti in Grand Budapest Hotel). New entry invece per attori del calibro di Bryan Cranston e Scarlett Johansson. 

Nonostante sia un film di animazione, nonostante non abbia usato una delle tecniche più commerciali, Wes Anderson è riuscito ad aggiudicarsi l’orso d’argento per la miglior regia all’ultimo festival di Berlino grazie a questo film. Credo che l’animazione manuale sia una tecnica altamente svalutata: l’animare dei semplici pupazzi non ci darà mai qualcosa di perfetto, e forse è proprio quell’imperfezione che spicca in un cinema ormai pieno di effetti speciali e CGI. Fortunatamente, nel corso degli anni, registi come Tim Burton, Henry Selick e Wes sono riusciti a far restare in auge un genere che finora ha regalato tanti piccoli capolavori, speriamo quindi di vederne tanti altri ancora.

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