My skinny sister. A stare tra sorelle si può continuare a essere bambini in eterno

Arriva per sei giorni nelle sale italiane con una proiezione lancio dal 20 al 26 novembre, “My skinny sister”, ritratto delle inquietudini adolescenziali che tocca con estrema delicatezza il tema dei disturbi alimentari. Un film che andrebbe proiettato in tutte le scuole ma che giunge dritto al cuore anche del pubblico adulto.

my skinny sister

Stella è una bambina di dodici anni, buffa, un po’ cicciottella e decisamente pigra, che, con un misto di invidia ed ammirazione, ha come proprio riferimento la sorella più grande Katja, pattinatrice sul ghiaccio, magra e bella. Tra di loro c’è Jacob, allenatore di Katja, di cui Stella è segretamente innamorata. Ma un giorno Katja sviene in pista e Stella lentamente ne scopre la causa, rimanendo schiacciata dal peso di un problema apparentemente troppo grande per lei. Le loro vite rischiano infatti di rimanere intrappolate dentro quel silenzio che Katja le impone riguardo ai rispettivi inconfessabili segreti. Il rapporto tra sorelle è certamente il cuore pulsante del racconto, le due ragazze riescono ad esprimere ogni sfumatura delle loro emozioni intrise di tenerezza e conflittualità, ma la soggettiva rimane sempre quella di Stella. Gli adulti stanno un po’ sullo sfondo forse incapaci di realizzare cosa stia effettivamente accadendo. La compostezza tutta scandinava della famiglia come l’eleganza della disciplina sportiva sembrano castelli di carte pronti a crollare.

“My Skinny Sister” è dotato di una grazia speciale, quella di chi sa portarti al cospetto del dolore senza mai crearti disagio. La giovane regista svedese Sanna Lenken non ha paura di mostrare la realtà dei fatti, ma neanche ha bisogno della retorica ostentazione della sofferenza; è brava ad evitare la trappola del facile moralismo ed a mantenere sempre lieve il tono del racconto conservando, soprattutto grazie a Stella, il senso dell’innocenza e della voglia di ridere. Ho citato (in parte) Banana Yoshimoto nel titolo per evidenziare come, alla fine, sia proprio la forza del legame tra sorelle a restituire loro la purezza di quell’età.

La genesi del film attinge direttamente dall’esperienza personale della regista, che non ha fatto mistero di aver sofferto lei stessa di anoressia in adolescenza. Il processo di scrittura del film era iniziato diversi anni primi, ma durante una serie di incontri che la Lenken aveva tenuto con adolescenti affette da disturbi alimentari era emersa la storia di una ragazza che aveva vissuto all’interno di una clinica per la cura di tali disturbi. Quel racconto le aveva fatto decidere di accantonare momentaneamente la realizzazione della sua opera prima e di realizzare un cortometraggio, “Eating lunch”, che ha poi avuto un tale successo da costituire una solida base finanziaria per la produzione del lungometraggio d’esordio.

Particolare attenzione la Lenken ha riservato alla scelta delle due protagoniste puntando tutto sulla chimica che doveva svilupparsi tra le due ragazze. La sorella più grande è stata presto individuata dal casting in Amy Deasimont, più nota nel suo paese come Amy Diamond, stella del pop per bambini, ma il fatto che la ragazza rappresentasse nell’immaginario del pubblico più giovane l’icona della felicità e della spensieratezza aveva creato non poche perplessità alla regista . E’ stato proprio quando la più complicata scelta della sorella minore è caduta su Rebecca Josephson che la straordinaria complicità che si è palesata tra le due ha cancellato ogni ragionevole dubbio.

Il film ha ricevuto la Menzione speciale della giuria e l’Orso di cristallo della giuria dei bambini alla Generation Kplus della Berlinale 2016 e nello stesso anno è stato pluripremiato al Festival del Cinema Europeo di Lecce ed in numerosi altri festival internazionali.

Da lunedì 20 novembre “My skinny sister” sarà programmato in 19 sale italiane distribuito dalla Viggo.