Omicidio al Cairo. Aspettando che sia primavera.

Premiato al Sundance Film Festival, “Omicidio al Cairo” è arrivato da poche settimane nelle sale italiane con l’etichetta di thriller ma la visione del film sarà capace a rivelare contenuti molto più profondi e scottanti.

 

omicidio al cairo

Due poliziotti fanno il giro in macchina per riscuotere il pizzo agli angoli delle strade, un televisore balbetta le prime notizie di un imminente rivoluzione, una cameriera sudanese, spaventata dalle urla provenienti da una stanza, si aggira per i corridoi di un lussuoso hotel: le strade del Cairo sono cariche di sudiciume e tensione, ma è nelle camere da letto che il potere esercita impunito la violenza e l’orrore.

Tarik Saleh, regista svedese di origini egiziane mescola abilmente un drammatico fatto di cronaca con uno dei momenti più significativi della storia recente dell’Egitto. Nel 2008 una nota cantante libanese venne assassinata al Cairo e del suo omicidio fu accusato il suo amante, un potente uomo d’affari e membro del Parlamento egiziano. Nel film la vicenda viene trasportata al 2011 a pochi giorni da quel 25 gennaio che per il popolo egiziano segnò l’inizio della cosiddetta “Primavera Araba”.

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Piazza Tahir diventa così punto di partenza e di arrivo di questo splendido film che sotto le tinte del noir nasconde un’acuta denuncia politica e sociale. L’imponente manifestazione del 25 gennaio che fa da cornice all’epilogo narrativo del film, ne rappresenta al tempo stesso la scintilla creativa esprimendo il bisogno dell’autore di raccontare il degrado morale in cui il paese versava sotto il regime di Mubarak. Le scene della manifestazione ma soprattutto i loschi metodi con cui la polizia conduce le indagini suggeriscono però anche un senso di profonda amarezza per una primavera (e quindi una rinascita civile e culturale) che di fatto non è ancora arrivata. Impossibile, soprattutto per gli spettatori italiani, non mettere in relazione i fatti narrati nel film con la tragica ed oscura vicenda che ha portato alla morte di Giulio Regeni.

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Nouredin è un poliziotto tutt’altro che indifferente alla corruzione e all’abuso di potere. Quando vede il corpo senza vita della giovane cantante Lalena riverso sulla moquette della stanza d’albergo risponde subito al suo istinto più naturale alleggerendole il portafogli del denaro che conteneva, ma pochi attimi dopo ha un sussulto di coscienza e decide di intraprendere, praticamente da solo, un’indagine autentica che possa portarlo all’accertamento della verità e all’arresto dei responsabili di quell’orribile crimine. Ma quello è “un paese senza giustizia”, i vertici della polizia hanno fretta di archiviare il caso come suicidio e il lavoro di Nouredin sembra destinato a rivelarsi tanto temerario quanto vano. La solitudine e lo straniamento del poliziotto che cerca di infrangere le perverse logiche della collusione trovano nel fisico dinoccolato e nello sguardo triste di Fares Fares il suo perfetto interprete. L’attore libanese di nascita, ma ormai svedese di adozione, si era imposto all’attenzione internazionale già nei primi anni duemila con una divertente commedia sull’integrazione diretta da suo fratello Joseph, “Jalla Jalla”, ed oggi trova spazio, grazie anche al suo peculiare aspetto fisico, in diverse produzioni americane.

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Se la figura di Nouredin conferisce al film le atmosfere tipiche dei polar francesi, sono certamente i personaggi femminili ad aggiungere suspance al racconto. Salwa è la cameriera sudanese che diventa la scomoda testimone di quel via vai di uomini che segna gli ultimi concitati momenti di vita di Lalena. La caccia alla donna che si scatena nel quartiere ghetto dove vivono gli irregolari sudanesi assume il carattere del thriller ad alta tensione. Gina è un’affascinante cantante che si presenta in commissariato per cercare l’amica di cui non ha notizie da giorni. La sua camera da letto è un importante crocevia dove sesso e malaffare trovano spesso il loro punto di incontro. La sua voce è melodiosa e neanche Nouredin saprà resistere a tanto incanto

Come i cartelloni pubblicitari che sovrastano i palazzi della città, su tutta la vicenda si staglia imponente la figura di Shafiq, uomo d’affari e parlamentare a cui tutto sembra consentito. Più sotterranea ed ambigua è invece l’azione di Kammal Mostafa, il capo della polizia e zio di Nouredin, che appare come il grande burattinaio di questa drammatica rappresentazione del paese.

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A conferma di quanto poco trasparente sia l’attuale situazione politica egiziana prima dell’inizio delle riprese è puntualmente arrivato all’autore il veto a girare nel paese, costringendolo a spostare il set a Casablanca, con l’ansia di non riuscire a fare del Cairo quel protagonista aggiunto che il copione invocava. Ma il cinema sa fare miracoli e l’autore ha candidamente confessato di aver trovato conforto ed ispirazione in Federico Fellini pensando a quando aveva ricostruito la Rimini di Amarcord negli studi di Cinecittà. Lo spessore del film è ovviamente diverso ma la magia funziona alla stessa maniera e la ricostruzione scenica del Cairo consente a Saleh di raccontare il fascino e le contraddizioni di questa splendida città attraverso il ruolo di spirito-guida che affida a Nouredin, facendo di lui un personaggio epico e cavalleresco.

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