Paradise. Non c’è paradiso senza inferno

In occasione della Giornata della Memoria arriva finalmente nelle nostre sale “Paradise”, il film con il quale Andrej Konchalovski ha conquistato nel 2016 il secondo Leone d’argento consecutivo a Venezia dopo quello del 2014 per “Le notti bianche del postino”, rimasto invece purtroppo inedito nel nostro paese.

 

 

Molto distante dall’ormai diffusa tendenza delle recenti produzioni cinematografiche sull’Olocausto che troppo spesso si preoccupano di confezionare prodotti destinati soprattutto ad una platea scolastica, “Paradise” si propone al suo pubblico come un melò, chiuso in un claustrofobico formato 4:3 e fotografato in uno splendido bianco e nero che tende a ricreare la sensazione dei filmati originali dell’epoca. Accade questo soprattutto con le scene delle interviste/interrogatorio che vengono a volte brevemente interrotte dalla pellicola che si inceppa nel proiettore e delle quali solo lentamente scopriremo l’esatta location.

Protagonisti del film sono Olga, un’aristocratica russa che nel 1941 viene arrestata a Parigi per aver dato rifugio a due bambini ebrei, Jules, funzionario collaborazionista della polizia francese, ed Helmut, giovane e rampante ufficiale nazista. Nella prima parte, quella immediatamente successiva all’arresto, Olga è oggetto delle attenzioni di Jules che scambia una sua confessione con del sapone profumato e con la promessa di una romantica cena in commissariato accompagnata da ottimo vino francese. Helmut invece Olga la ha amata per davvero dopo averla conosciuta in una splendida villa in Toscana alla vigilia delle sue nozze e non le resta indifferente nemmeno quando la ritrova detenuta in quel campo di concentramento dove è stato inviato ad indagare sui fenomeni di corruzione che si stanno verificando al suo interno.

paradise film

 

“Non c’è Paradiso senza inferno” è una delle ultime battute che pronuncia Krause, il corrotto direttore del campo. E proprio in questa frase c’è la violenta contrapposizione tra la delicatezza del titolo che Konchalovski ha voluto dare al suo film e l’orrore di quanto egli stesso ha poi portato in scena. Una contrapposizione che trova nelle due figure maschile la sua più nitida espressione. Jules è un bonario padre di famiglia che sfrutta la sua posizione per trovare due biglietti per portare il figlio al circo ma a cui basta chiudere una porta per far finta che nessuna violenza venga consumata nei suoi uffici. Helmut è un uomo colto, sensibile e raffinato, ama Cechov, Tolstoj e Brahms, ma è profondamente affascinato dai dettami del nazismo. Il paradiso a cui allude Konchalovki e a cui ambisce Helmut, tra l’ingenuo e l’utopistico, è l’estrema sintesi dell’inferno, è quel “paradiso tedesco” cui il Fuhrer credeva di poter condurre il suo popolo una volta ultimato il processo di pulizia etnica. Konchalovski non ha bisogno di un’eccessiva ostentazione della violenza e delle sopraffazioni, l’orrore lo lascia sottilmente abitare nelle menti umane, in quella tragica coesistenza tra gentilezza e mostruosità.

 

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A chi toccherà il vero Paradiso? Le interviste ai tre protagonisti, di cui ascoltiamo solo le risposte e che si alternano alla narrazione, hanno tutto il sapore di un interrogatorio. I panni del giudice al termine del film però li vestirà solo lo spettatore: sarà lui a decidere se ognuno avrà pagato a sufficienza il prezzo delle sue scelte. Discorso che ovviamente non può valere per Olga, la cui nobiltà d’animo e di comportamento verrà messa in discussione solo per un attimo dalle compagne di baracca che le rinfacceranno il suo essere una “shiksa”, una non ebrea, quando accetterà i favori di Helmut.

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Konchalovski con questo film torna a parlarci della manipolazione delle menti operata dalle dittature, dopo averci regalato nel 1991 lo splendido e dolente ritratto de “Il proiezionista” di Stalin. Il film con Tom Hulce, Lolita Davidovich e Bob Hoskins, raccontava l’accondiscendenza al potere di un uomo che restava impassibile davanti allo sterminio della famiglia dei suoi vicini di casa e allo spietato corteggiamento che il capo della polizia segreta, Berija, rivolgeva a sua moglie fino a farne l’amante. E solo dopo i funerali di Stalin il proiezionista riusciva a pacificarsi col suo passato accogliendo la figlia superstite dei suoi vicini, bollati all’epoca come nemici del popolo.

 

/// il trailer originale con sottotitoli inglese ///