Ride. E gli si vuole bene.

Valerio Mastandrea esordisce alla regia con un film sincero e coraggioso a cui è difficile non volere bene. Ride è nelle sale italiane da giovedì 29 novembre dopo essere stato presentato, in concorso ufficiale, al Torino Film Festival.

Ride

E’ come se la carriera da attore di Valerio Mastandrea avesse già determinato una sua poetica, quella di un’umanità perennemente in bilico tra dolore e ironia. L’elaborazione del lutto era già stato il tema centrale di una delle sue più belle e recenti interpretazioni. In “Tito e gli alieni” la regista milanese Paola Randi aveva fatto di Mastandrea uno scienziato devastato dalla perdita della moglie fino ad isolarsi dal mondo e a fare della ricerca di quella voce nello spazio l’unica ragione di vita. In “Ride” il Mastandrea autore sceglie un percorso diverso che lo porta ad indagare proprio la relazione che si stabilisce tra la società ed i congiunti del defunto, coloro che più di tutti dovrebbero essere i depositari del dolore.

Ride

Protagonista indiscussa di “Ride” è Carolina (Chiara Martegiani), una giovane donna che vive nel chiuso della propria abitazione la giornata che precede il funerale di suo marito Mauro, la cui morte bianca ha suscitato viva commozione ed anche una certo scalpore mediatico nella comunità di un paese del litorale romano. Carolina, per quanto si sforzi, non riesce a piangere nè ad avere eclatanti manifestazioni della sua sofferenza. La riflessione a cui Mastandrea ci conduce è molto interessante e rappresenta un evidente atto di accusa alla nostra società che non consente mai di fare del proprio dolore una questione intima e personale.  La sfilata di vicini ed amici (tra loro la sempre splendida Milena Vukotic) che bussano alla porta e si accomodano nel salottino per ostentare la partecipazione al lutto, ma anche per raccontare le proprie pene è l’emblema del paradosso che Mastandrea vuole portare in scena e che quotidianamente si consuma intorno a noi.

Ride

Il percorso narrativo del film però è ben più articolato e, seguendo i diversi filoni generazionali, Mastandrea riesce a sviluppare tre racconti differenti che sanno trovare un buon equilibrio tra loro. Sulla spiaggia di Nettuno vive il padre di Mauro (Renato Carpentieri) che, prima del figlio, ha speso la sua vita nella fabbrica dove si è consumata la tragedia. L’attesa del funerale lui la vive con due vecchi compagni di lavoro e di lotte operaie. Le loro riflessioni, colme di una rabbia sempre un po’ soffocata, fanno riferimento ad un cinema di impegno civile e si collocano in un universo parallelo rispetto a quello di Carolina.

Ride

Ha i toni del gioco, dell’innocenza infantile e del racconto di formazione il capitolo del film che invece riguarda Bruno, il figlio di Mauro. Lui, ancora non adolescente, vive l’attesa in compagnia del suo migliore amico mescolando la speranza di conquistare il cuore di una bambina con la tentazione di un’improvvisa ribalta televisiva. I due bambini sono bravissimi ed il racconto della loro amicizia è forse la parte più intensa del film. Bruno (Arturo Marchetti) è capace di caricarsi sulle spalle anche il peso del dolore rendendosi protagonista, un paio di volte al fianco di Carolina, di alcune delle scene più belle dell’intero film.

Ride

Ciò che forse stride un po’ con la delicatezza del racconto è l’irruzione in scena del fratello di Mauro (Stefano Dionisi), un uomo dal passato travagliato che porta all’esplosione di un conflitto che fino a quel momento non sembrava potesse essere parte della narrazione. E’ un peccato veniale, o forse solo una sensazione personale, che non pregiudica la sensazione di empatia che lo spettatore ha stabilito con il film fino a tramutarla in sentimento di affetto.

La scelta di Chiara Martegiani come protagonista ha suscitato non poche curiosità, ma alla fine si è rivelata particolarmente indovinata perchè l’attrice riminese ha saputo costruire sulla fisicità e sull’espressione facciale i tratti distintivi del suo personaggio. Carolina è alta ed esile come un arbusto che si piega ma non si spezza, ma è il volto il palcoscenico principale che accoglie la rappresentazione delle sue (non) emozioni.

Bruno dice “mamma ride”, ma quella risata è una piega lieve che si forma tra le spigolosità del suo volto e il magnetismo dei suoi occhi.

/// il trailer ///