Il documentario “Ryuichi Sakamoto: coda” al Seeyousound di Torino.

In occasione della quarta edizione dell’International Music Festival SEEYOUSOUND, dedicato al rapporto tra cinema e musica nelle sue varie forme, è stato proiettato il documentario “Ryuichi Sakamoto: coda” del regista nippoamericano Stephen Nomura Schible, già presentato fuori concorso alla 74esima mostra del cinema di Venezia.

 

Il tentativo operato da Schible si tramuta in un’impresa delicatissima: ricomporre i pezzi di vite in frantumi, dopo lo tsunami e il disastro nella centrale di Fukushima del 2011, mediante la ricomposizione, ovviamente ideale, del corpo di Ryuichi Sakamoto, che durante le riprese scopre di essere affetto da un brutto male. A legare il tutto già dalla prima scena, la musica. Sakamoto muove le dita sui tasti ancora intatti di un pianoforte sopravvissuto allo tsunami e racconta la potenza di un suono che la natura non ha mai scordato (mi si perdoni il gioco di parole), la bellezza nascosta tra le rovine, nelle foreste, in acque profonde, la riconquista del proprio corpo mediante l’ascolto di ciò che il mondo ha da dire, in musica e parole. Dopo la devastazione, esteriore e interiore che lo ha colpito, il musicista e compositore giapponese porta avanti la sua personale battaglia contro l’energia nucleare a difesa dell’ambiente e lo fa ricominciando ad ascoltare la natura, aprendosi a nuove possibilità musicali e rovistando tra i cocci di quello che gli uomini hanno fatto nel tempo e delle risposte che hanno ricevuto dallo spazio.

Ryuichi Sakamoto: coda

È così che dopo la scoperta della malattia e il conseguente periodo di inattività, Sakamoto ricomincia a suonare, gradualmente, mescolando al suono familiare del piano quello da sempre noto e mai trasferito in nota, della natura stessa, irrobustendo il proprio corpo stanco e vestendolo da strumento di cattura musicale, sempre e in ogni luogo. Quello di Schible diventa un viaggio spirituale e talvolta compiuto ad occhi chiusi, attraverso la visione cinematografica e i suoni cari al compositore, che ripercorre tutta la sua carriera, dall’amore per Tarkovskij al primo film “Furyo – Merry Christmas, Mr. Lawrence del 1983  nel quale accetta di recitare “ solo a patto di curare anche la colonna sonora”, fino al legame con Bertolucci, iniziato con L’ultimo imperatore” e portato avanti con Il tè nel deserto“. E qui, con ironia, Sakamoto ricorda la bizzarra richiesta di cambiare l’ouverture, al cospetto di un’orchestra già pronta a suonare, con l’aggiunta di un paragone indelicatamente divertente: Ennio Morricone lo avrebbe fatto”. Nasce così quel capolavoro musicale denso di struggente tenerezza, che lo ha portato nell’Olimpo dei più grandi compositori di tutti i tempi.

Ryuichi Sakamoto: coda

Sakamoto racconta anche del rapporto con Iñárritu e della composizione musicale difficile e lenta di “The Revenant”, segnata dal progredire della malattia.

Non riuscivo più a lavorare per otto ore di fila in studio, stavo quasi per rinunciare. Ma lo stimavo così tanto da non potergli dire di no”.

Seguendolo nel suo studio, lo osserviamo con pudore e rispetto, come Schible che lo ha accompagnato per cinque anni di fila; lo vediamo lottare con se stesso,  con le sue paure, con le fragilità del suo corpo e le inquietudini della sua  anima, mascherate da un sorriso dolce e stanco. Lo vediamo vincere ogni volta, ogni giorno, perché come Sakamoto ripete: ogni giorno scelgo di ricominciare a suonare”.

/// il trailer///