SEEYOUSOUND. Il primo festival internazionale di cinema musicale in Italia tra Lao Tzu e Nanni Moretti

Se il cinema è di chi lo fa e diventa di chi lo guarda, Torino può aspirare ad esserne capitale, rappresentante nazionale di chi del cinema ha proprio urgenza. Ogni mostra, evento, festival si trasforma in un momento di ritrovo collettivo, sale piene, code pomeridiane, silenzi rispettosi in sala seguiti da piccoli cineforum clandestini nei foyer che, non a caso, diventano focolai di immaginazione.

Se alle immagini, poi, si accosta la musica, il gioco è fatto: è questo l’obiettivo di SEEYOUSOUND, il primo festival internazionale di cinema musicale in Italia, arrivato alla sua quarta edizione.

“Un suono che si vede, non una colonna sonora”, più di sessanta proiezioni, suddivise in cortometraggi 7INCH, lungometraggi e videoclip Soundies (quasi un ritorno al passato, quando i corti non venivano relegati al circuito dei festival o del web, ma precedevano i film in sala, come un antipasto visivo): il concorso internazionale Longlay, dedicato ai lungometraggi, una Rassegna dal titolo Radioactivity, quando la radio si fa cinema e una panoramica trasversale Into the groove, su produzioni più innovative.

“Betty – They say I’m Different” di Phil Cox

È così che dal documentario Betty – They say I’m Different diretto da Phil Cox, su Betty Davis (non Bette, si badi bene), cantante degli anni ’70 e moglie di Miles, si passa attraverso opere di finzione come Souvenir di Bavo Defurne con una inedita Isabelle Huppert, per poi tornare alla realtà di Ryuichi Sakamoto: coda di Stephen Nomura Schible (cui abbiamo dedicato una recensione a parte) o di The Inertia Variations di Johanna St. Michaels su Matt Johnson, leader della band inglese The the, sparito per 15 anni dalle scene musicali.

To do nothing
in this day and age,
when so much pointless work
is being produced,
could almost be considered an achievement.
It all compares most unfavorably
with my own imaginary
body of work

Matt Johnson in Inertia Variations

Dalle parole del poeta John Tottenham e del suo poema omonimo, The inertia variations, prende avvio il documentario intimo e feroce di Johanna St. Michaels, ex compagna di Matt Johnson che con lui riflette sui significati vari e ambigui dell’inerzia, in un mondo che ci vuole sempre in vetta e visibilmente produttivi.

Johnson testimonia come nei quindici anni di assenza dalle scene abbia attraversato tutte le strade possibili della sua creatività, dalla scrittura alle installazioni artistiche fino alla rivitalizzazione di una sua vecchia proprietà e a una trasmissione radiofonica “Radio Cineola” nel salotto di casa, ma quella che lui definisce creatività viene attribuita dal mondo, semplicisticamente a una forma di passività e di inerzia.

Mi vengono in mente le parole del filosofo cinese Lao TzuQuella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla.

Isabelle Huppert in Souvenir

La fine del mondo, del proprio mondo agli occhi degli altri diventa il silenzio, quell’arte che non urla il suo nome lungo le strade, ma tenta di definirsi nell’intimità di una stanza o tra le pieghe di un lavoro come tanti, che non ambisce a diventare unica forma d’essere.

Potrebbe rivelarsi proprio questo, se mai ne volessimo rintracciare uno, il filo conduttore di alcune delle pellicole proiettate: la vita che si nasconde dietro le quinte, quello che un artista diventa quando smette di essere definito o di cercare definizioni dalle bocche altrui (Isabelle Huppert in Souvenir ma anche Betty Davis in Betty), quando si trova a guardare negli occhi la sua umanità e a sentirsi corpo e non solo più body of work. Per poi chiedersi, alla fine, un po’ morettianamente:

“Cos’è meglio, essere ignorati o sopravvalutati?”
Matt Johnson

“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”
Nanni Moretti in Ecce bombo