Star Wars. Gli Ultimi Jedi. L’episodio VIII è nelle sale

Erano due anni che aspettavamo questo momento.

Dall’uscita di Star Wars – Episodio VII - Il risveglio della Forza diretto da J.J. Abrams, che ha visto uno dei combattimenti più dolorosi ed epici della storia, quello tra il padre Han Solo (Harrison Ford) e il figlio Kylo Ren (Adam Driver), sono passati due anni, il film è uscito il 16 dicembre 2015, fatta eccezione per il primo di una trilogia di spin-off, Rogue One: A Star Wars Story, nelle sale il 15 dicembre dello scorso anno, che non abbiamo faticato a dimenticare.

star wars gli ultimi jedi

Attenzione: non ci sono spoiler, ma chiavi di lettura.

Se pensate che siano la stessa cosa, leggete dopo la visione.

Avevamo lasciato Rey (Daisy Ridley) su un’isola deserta alle spalle di Luke Skywalker (Mark Hamill), l’ultimo Jedi e siamo rimasti così, con il fiato sospeso e pronti ad un risveglio esemplare della Forza. In questo ottavo capitolo, Star Wars. Gli ultimi Jedi, il regista Rian Johnson, in due ore e mezza, non ci accontenta fino in fondo o meglio: come un padre, come un maestro, come il corso stesso della vita ci educa ad una visione veloce, nel ritmo ma lenta, lentissima nella storia. Ci insegna, attraverso le parole di Skywalker e l’esempio di Rey, a lasciarci alle spalle l’idea di Forza che avevamo (e qui il regista mostra un coraggio che sfiora l’imprudenza) per votarci a un’idea tutta nuova nella forma e così vecchia nel contenuto: l’equilibrio.

L’equilibrio tra bene e male, tra innovazione e tradizione, tra vittoria e sconfitta (bellissima la scena in cui il saggio Yoda spiega a Skywalker quanto importante sia il fallimento), un equilibrio che lo stesso regista cerca di adottare, entrando nel tempio sacro della saga creata da George Lucas senza profanarlo, ma tentando a modo suo di lasciare il segno. E ci riesce, tra momenti di grande cinema (come quel montaggio alternato che si trasforma rapidamente in campo e controcampo, disegnato con cura sui volti di Adam Driver e Daisy Ridley), scene epiche e sorprendenti (le sorprese in questo capitolo diventeranno una costante), momenti di ironia (ma sono quelli che funzionano meno e in cui si avverte la presenza massiccia della Disney) e addii più realistici che mai (quello alla Principessa Leila, l’amata Carrie Fisher scomparsa lo scorso dicembre, mese legato da qualche anno proprio all’uscita di un nuovo capitolo della saga).

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È nell’equilibrio la vera Resistenza, è nella capacità di rinascere dalle ceneri del passato, serbando solo il ricordo di ciò che può diventare esempio, senza venerazioni sterili di idoli fatti di carta, che risiede l’arma più potente per combattere il Primo ordine e, in generale, per dare un ordine preciso e un senso alle cose. Il passato deve morire, dice Kylo Ren, ma è evidente anche per lui l’idea che un taglio netto come quello che attraversa il suo viso e il suo corpo, quasi spaccandolo a metà e segnando a vita la sua doppiezza, sia impossibile e sembra che il regista abbia maturato la stessa convinzione, muovendosi tra idoli con destrezza e velleità rivoluzionarie. Non tutti i personaggi hanno una loro definizione, per scelta, come Kylo Ren che mostra tutte le contraddizioni e le sfumature proprie di un essere umano, di colui che corre con i piedi legati alle proprie radici, o forse per errore, come il cattivissimo Leader Supremo Snoke (Andy Serkis) che non ha spessore alcuno, se non quello della sua pelle divorata dalle cicatrici; non tutti i personaggi hanno una definizione e anche la storia a tratti sembra solo pronta a recidere il cordone ombelicale con il passato, senza mai riuscirci, perché di questa storia ormai fa parte ciascuno di noi e nessuno è pronto a mettere da parte la nostalgia. Così Johnson ci accompagna verso un nuovo capitolo, parlando di modernità con lo sguardo rivolto al passato: il nono episodio sarà diretto nuovamente da J.J. Abrams e uscirà nelle sale non più a dicembre, bensì a maggio 2019.

Tante cose sono cambiate, tante cambieranno, e anche chi si dichiara deluso, in cuor suo, è uscito dalla sala più leggero, quasi fluttuando come la Principessa Leila in una galassia lontana lontana. E qui la metafora diventa profezia.

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