“The big sick” e “C’est la vie”. L’ineluttabilità della vita tra matrimoni combinati e scombinate feste nuziali

Questa settimana è intorno alla parola “matrimonio” che abbiamo trovato il sottile filo rosso che unisce due successi cinematografici che si propongono come perfetta sintesi di intrattenimento e qualità.

Da giovedì 16 è nelle sale italiane il film rivelazione del mercato americano “The big sick – I matrimoni si possono evitare… l’amore no”, mentre giovedì 30 arriverà nelle nostre sale, dopo aver conquistato il pubblico della Festa del Cinema di Roma, il francese “C’est la vie – Prendila come viene”. Due opere che seppure etichettate come commedie utilizzano toni e temi molto diversi tra loro, ma dai sottotitoli sembra evidente che entrambi accettino l’ineluttabilità degli eventi facendone addirittura il loro punto di forza.

“The big sick” di Michael Showalter trae spunta dalle reali vicende dell’attore pakistano Kumail Nanjiani (che nel film interpreta se stesso) e di colei che è diventata sua moglie, la scrittrice Emily Gordon. Kumail vive da anni a Chicago dove è perfettamente integrato nella cultura occidentale ma la famiglia continua ad imporgli un rigido percorso di fede ed a presentargli giovani donne pakistane con cui combinare il fatidico matrimonio. Di queste donne Kumail conserva con cura le foto ma prosegue la sua vita esibendosi quasi ogni sera come cabarettista sul palco di un “comedy bar” e lavorando come autista di Uber. Questo tranquillo equilibrio viene inevitabilmente rotto quando una sera incontra Emily. Tra desiderio e paura di amarsi la loro storia procede a strappi, ma l’improvvisa malattia di Emily e l’arrivo in città dei suoi genitori porteranno tutti a riconsiderare il senso della vita, dell’amore e del matrimonio.

The big sick

L‘etichetta di commedia romantica che in tanti hanno attribuito al film crea probabilmente un certo disorientamento iniziale nello spettatore. La prima parte del film sembra non brillare proprio laddove ti aspetti di entrare subito felicemente in empatia con i protagonisti. Colpevole dello straniamento iniziale è anche il doppiaggio che a tratti riporta alla mente la recitazione tipica delle sit-com televisive. Kumail del comico ha solo l’aspirazione ed anche il film dà l’impressione di rimanere appesantito da questa sua vocazione inespressa. L’elemento drammatico della malattia dà la scossa non solo alle vite dei protagonisti ma anche alle sorti del film. La misurata rappresentazione del dolore trova nella stentata vis comica di Kumail il suo perfetto bilanciamento. E’ quello il momento in cui lo spettatore coglie il garbo e la raffinatezza di un’opera che riesce ad affrontare tanti temi, compreso quello dell’integrazione, sfuggendo a tutte le trappole della retorica e della platealità. A dare un’ulteriore spinta propulsiva al film è l’ingresso in scena della madre di Emily, donna dalla lingua tagliente che lentamente svela quante ferite e quanta umanità si celano dietro quella apparente determinazione. Ad interpretarla è una magnifica Holly Hunter per la quale già si preannuncia una candidatura da non protagonista agli Oscar. La sceneggiatura del film è stata scritta dagli stessi Kumail ed Emily, molto bravi nel caratterizzare e nel dare compimento a tutti i personaggi del film.

The big sick

Decisamente più chiassosa e frenetica è la messa in scena di “C’est la vie” che segna il ritorno degli autori di Quasi amici”, Eric Toledano ed Olivier Nakache. Pierre ed Helena hanno scelto un meraviglioso castello per la loro festa di matrimonio, ma l’idea di affidare ad un nevrotico wedding planner di nome Max l’organizzazione della festa non sembra essere delle più felici. L’unità temporale del racconto è proprio quella del giorno delle nozze ed il film è un’opera corale in cui Max appare come un maestro d’orchestra che a turno concede a ciascuno degli altri personaggi il momento per esibirsi da solista. E’ così che impareremo a conoscere la squadra di Max, stravagante e forse male assortita per portare a termine senza danni la festa nuziale, ma che proprio grazie alle sue evidenti imperfezioni saprà sprigionare un’esilarante carica umana. Max (Jean Pierre Bacri), è perennemente arrabbiato, dà lavoro in nero a molti dei suoi dipendenti e vive con l’incubo dell’arrivo degli ispettori della previdenza sociale; come se non bastasse è tormentato dalla sua amante Josiane (la Suzanne Clement di Dolan) che gli mette fretta perchè lasci la moglie. Helena è una sposa sobria ma quando rivede Julien, cameriere improvvisato che si finge invitato da parte dello sposo, rimane tutt’altro che indifferente. Pierre invece è il suo sposo, egoista, accentratore e decisamente noioso quando prova ad attirare l’attenzione.

Nessuno sembra stare al posto che gli compete: James (Gilles Lellouche) è il cantante e dj della festa, chiamato all’ultimo minuto a sostituire il prescelto si presenta con un repertorio inadeguato alla platea ma l’interpretazione di “Se bastasse una canzone” di Ramazzotti gli vale di sicuro l’amore del pubblico in sala. Rispetto alle loro precedenti opere (“Quasi amici” e “Samba”) i due registi rinunciano al carattere spiccatamente sociale del racconto ma sono abili nel confezionare un’opera che pur collocandosi in un contesto evidentemente leggero e festoso non manca di riflettere aspetti della società francese. Le gag seguono clichè abbastanza consolidati e anche se non sempre brillano per originalità riescono a divertire e convincere gli spettatori grazie, anche qui, ad una perfetta scrittura dei personaggi e ad una sapiente capacità di amalgama.

In un caso e nell’altro la vita fa il suo corso e solo quando i suoi attori decidono di mettere da parte copioni e regole ognuno trova la propria strada. Nella buona e nella cattiva sorte.