35° Torino Film Festival. I primi tre giorni.

Siamo oggi al quarto giorno della 35°edizione del Torino Film Festival.

 

Qui l’atmosfera è come sospesa, l’eccitazione febbrile che ha accompagnato la visione del primo film proiettato venerdì 24, Tokyo Vampire Hotel di Sion Sono, non è svanita. Al contrario, la magia del Festival, di ogni Festival, risiede proprio in quella carica tensiva, in quelle sale che per qualche ora diventano navicelle spaziali (uno spettatore al mio fianco ieri le ha definite aerei che sorvolano il mondo) proiettate, appunto, verso nuove realtà che rendono ogni visione un evento speciale, che ci fanno sentire fortunati, prescelti.

Tokyo Vampire Hotel

Tokyo Vampire Hotel di Sion Sono

Tokyo Vampire Hotel di Sion Sono

Se volessimo rintracciare una radice comune di alcuni dei film visti fino ad ora, un filo rosso che li attraversa tutti come un messaggio in codice che lo spettatore ha il potere, e in alcuni casi il dovere, di decifrare, credo sia il femminile.

Storie di donne che scelgono la direzione da assegnare al mondo, il cui corpo diventa letteralmente una casa (o un albergo) nel quale la lotta tra il bene e il male prende forma senza però risolversi in esito (come accade in Tokyo Vampire Hotel di Sion Sono, e il rimando al corpo come casa non può distoglierci dal pensare a Mother! di Aronofsky). È Sion Sono ad aprire le porte del Festival, nella sezione non competitiva Thriller/Horror After Hours e a cucire sul corpo di una donna/vampiro un messaggio che da quel momento ci impegneremo a decrittare.

Prodotto da Amazon e portato a Torino come un estratto di tre ore delle nove puntate girate, il film è eccessivo, parossistico, uno splatter che fa il verso a Tarantino in più di una scena (quella della tavola calda è fantastica) e che solo sullo sfondo inserisce le vicende della lotta tra la stirpe vampira dei Corvini e quella pura dei Dracula della Transilvania. È in realtà una ragazza la vera protagonista, uno dei tre fanciulli nati con poteri speciali e il cui sangue incarna la causa dell’attuale lotta vampiresca.

Nelle musiche del film, il richiamo al Nymphomaniac di Lars Von Trier è evidente, e in effetti  anche qui la sessualità ha un ruolo chiave, pur non avendo la  trasparenza dei contorni del film danese. La femmina di Sono è l’unica custode di un segreto millenario, lo scrigno carnale di una verità a cui però né vampiri né esseri umani sono pronti a prestare ascolto. E così Sono si prende un po’ gioco di noi spettatori e del cinema stesso, con una mescolanza di generi così paventata da disorientare, divertire o far arrabbiare i più “ortodossi”.

Sono entrata in sala convinta di uscirne disgustata, delusa, amareggiata per quel cinema che sento così lontano e ne sono uscita sorpresa, disorientata sì, ma come qualcuno a cui sono state riferite troppe informazioni e che, tra tutte, ha il dovere di cogliere l’unico messaggio realmente comunicato.
Sì, sono pronta a recuperare la filmografia di Sono ma molto, molto lentamente.

Casting

Casting di Nicolas Wackerbarth

Casting di Nicolas Wackerbarth

 

In  Casting di Nicolas Wackerbarth, presentato nella sezione non competitiva Festa Mobile, la donna è invece un essere umano, troppo umano, una regista che ha scelto di realizzare il remake di un film di Fassbinder “Le lacrime amare di Petra Von Kant” nell’anniversario della sua nascita e che, durante i casting, provina decine e decine di attrici, anche grandi nomi, senza trovare mai quella che sta cercando. Sembra attanagliata dal demone della perfezione e non ha alcuna intenzione di soccombere, né di fronte alla sua troupe che a cinque giorni dalle riprese è ormai votata alla disfatta né in presenza della povera spalla che accompagna tutte le “provinate” né al cospetto di un produttore esasperato. Il film, quello che noi spettatori guardiamo, è una eccezionale prova da parte di tutti gli attori, specialmente della protagonista Judith Engel e di Andreas Lust (la spalla), entriamo  in quella sala prove senza mai uscirne e tifiamo per una donna che in fondo ha solo sogni chiari ed immagini ben disegnate nella testa, sperando davvero che questa volta nessuno riesca a corromperla, che anche il produttore possa arrendersi all’evidenza di chi, per girare il suo film, non è disposto ad accettare compromessi visivi né ideali, di chi accetta il “per farlo” e non il “pur di farlo”,  perché anche questo è immorale. Tifiamo tanto, siamo con lei fino alla fine, ma c’è una dose di cinismo che il mondo ci ha attaccato addosso e che ci porta quasi ad anticipare le mosse finali della donna, come se in fondo avessimo tutti accettato l’idea del fallimento e del realismo estremo e questo no, no che non possiamo accettarlo.

Guardate tutti questo film e guardiamoci tutti dentro.

The Beast

Beast di Michael Pearce

Beast di Michael Pearce / Most Beautiful Island di Ana Asensio / Amori che non sanno stare al mondo di Francesca Comencini

 

Dei tre film sopracitati, credo di riuscire a scrivere qualcosa che risulti leggermente interessante solo su Beast, in concorso nella sezione Torino 35.

Opera prima del regista Michael Pearce , realizzata anche con il sostegno di Torino Film Lab e già proiettata al Toronto Film Festival, con gli abiti di un thriller racconta la vicenda di una ragazza che sceglie di lasciare il suo piccolo mondo borghese per seguire l’uomo che ama, anche se l’uomo che ama sembra un tipo pericolosissimo e nei paraggi si aggira un anche più pericoloso serial killer (di giovani donne). Ok, è vero, non se ne può più del connubio serial killer/innocenti dame, soprattutto se narrativamente lo sviluppo sembra avvilupparsi e legarsi al cliché, come nel nostro caso.

A difesa di Michael Pearce, però, va uno studio registico che per un’opera prima lascia senza parole e la scelta di due giovani attori magistrali. La macchina da presa gioca con la luce e con primissimi piani dei due come se alle spalle vi fosse un regista dal curriculum grondante esperienza (Pearce, a onor del vero, ha già lavorato per la televisione britannica e nominato ai Batfa come Best British Short Film con Keeping up with the Joneses) e l’idea che sia un giovane fa gioire e sperare in un bel futuro del cinema, anglosassone e non solo.

Del secondo e del terzo film, Most Beautiful Island e Amori che non sanno stare al mondo ho solo una domanda che arriva alle dita mentre tocco la tastiera del computer: perché?

Most Beautiful Island

Most Beautiful Island di Ana Asensio

ll primo film, presentato nella sezione non competitiva After Hoursdi cui avevo letto echi kubrickiani e rimandi ad Eyes Wide Shut, ha solo appunto un richiamo così lontano da risultare impercettibile. Una ragazza da poco trasferitasi a New York, tra i mille lavori che le si presentano e che non l’aiutano affatto a “sbarcare il lunario”, si trova a dover affrontare un lavoro ben pagato, ma dai contorni oscuri.

Donne senza definizione alcuna quelle raccontate dalla regista spagnola Ana Asensio, anche protagonista del film e al suo esordio alla regia, avvolte da una “sfocatezza” (come nella scena iniziale e in quella finale) che non le rende misteriose ma estremamente vulnerabili, in balìa di una fortuna (anche se più di una volta nel film si ripete come la fortuna sia solo creta nelle mani dell’uomo) che impedisce alla vita di prendere una sua piega, un po’ come questo film, a tratti inutile e anche lui fuori fuoco.

Amori Che Non Sanno Stare Al Mondo

Amori Che Non Sanno Stare Al Mondo di Francesca Comencini

Il film della Comencini, già regista de Lo spazio Bianco in concorso a Venezia 2009 e vincitrice del Premio Cipputi al TFF 33 con In Fabbrica, con “Amori che non sanno stare al mondo”, presentato fuori concorso nella sezione Festa Mobile, ha aperto invece una voragine nella mia testa. La regista, che ha riadattato il suo stesso omonimo romanzo pubblicato da Fandango Libri, racconta l’inizio e la fine di un rapporto di coppia, inquinato dalle nevrosi della parte femminile (una brava Lucia Mascino) e dalla poca fermezza di quella maschile (Thomas Trabacchi). E fin qui, se si raccontasse una storia fra tante, potremmo accettarla come una ipotesi, una possibilità e una porzione di umanità e invece Francesca Comencini, descrivendo il mondo che ruota attorno ai protagonisti, anzi alle protagoniste perché di uomini non ne vediamo affatto (fatta eccezione per Thomas Trabacchi, che fatico a definire per volontà stessa della regista, la quale non gli assegna alcuna struttura presentandolo come una foglia trascinata dal vento forte dell’isteria della compagna), come un mondo abitato da quarantenni arrapate e ciniche, consapevoli di avere gli anni e la sessualità contati. Ora, sappiamo tutti come questo film, che in sala è stato seguito da un lungo applauso (quante donne si saranno identificate? Io per prima ho sorriso davanti ad alcuni atteggiamenti familiari augurandomi però che non compromettano una vita intera, cosa che il film sembra raccontare), alla sua uscita nelle sale avrà parecchi consensi e questo può intristire non per l’idea di un cattivo cinema quanto per l’idea cattiva e sbagliata che abbiamo a questo punto di noi stessi.

Qualche ora dopo abbiamo visto il primo Mission Impossible di Brian De Palma, nella rassegna a lui dedicata, e Final Portrait di Stanley Tucci (sì, l’attore/regista), nella sezione non competitiva Festa Mobile, sulla storia dello scultore e pittore Alberto Giacometti e del suo ultimo e faticoso ritratto dello scrittore americano James Lord, con uno straordinario Geoffrey Rush, ci siamo ricaricati e siamo prontissimi a raccontarvi tutto quello che ancora deve arrivare, il meglio (e il peggio).