Una donna fantastica. “Sposa, son disprezzata. Fida, son oltraggiata”

Il film del regista Sebastian Lelio, prodotto da Pablo Larrain e Maren Ade (Toni Erdmann) e premiato lo scorso anno a Berlino con l’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura, è ora nella cinquina che si contende l’Oscar per il migliore film straniero. Distribuito in Italia ad ottobre, è da qualche giorno disponibile anche in dvd e sui principali siti di streaming.

una donna fantastica

Avevamo imparato ad apprezzare il coraggio e la delicatezza di Sebastian Lelio nel parlare di amore in maniera tutt’altro che convenzionale quando si era rivelato al grande pubblico internazionale con il bellissimo “Gloria”, ritratto di una donna non più giovanissima che aveva rifiutato di arrendersi alla solitudine e, come una ragazzina, si era messa “in cerca di un po’ d’amore”. Questa espressione ce la suggerisce Marina Vidal che la utilizza con grande tenerezza rispondendo al suo maestro di canto (e di vita) che le chiede perchè è tornata da lui dopo che una serie di drammatiche vicende l’ha distolta dalle lezioni e dal suo talento. Dopo aver brevemente disquisito sul senso dell’amore Marina si scioglie in un abbraccio e gratifica il suo mentore e gli spettatori con un’intensa interpretazione di un’aria di Giacomelli, “Sposa, son disprezzata”, che nel suo testo rivela l’oltraggio che quotidianamente è rivolto alla sua femminilità.

Marina fa la cameriera, è una “donna fantastica” nell’animo e nel modo di stare al mondo, ma i documenti, che ripetutamente sarà costretta ad esibire, dicono che il suo nome è ancora Daniel. Così come, in qualche modo, lo dice il suo corpo anch’esso sottoposto ad un’indelicata ostentazione.

Marina in realtà l’amore lo aveva trovato o, come le aveva chiarito il maestro di canto citando San Francesco, aveva trovato in Osvaldo il suo strumento d’amore, il suo canale di pace. E viceversa. Ma una notte la tragedia si abbatte su di loro ed un aneurisma le porta via Osvaldo, l’amore e la pace. La loro relazione, vissuta con riservatezza ma senza remore, finisce così sotto la lente d’ingrandimento di un mondo che vacilla tra pregiudizi e risentimenti.

Il confronto con Sonia, l’ex moglie di Osvaldo, è il cuore pulsante del film. Il pregiudizio è per lei un paravento dietro il quale è più facile nascondere i suoi fallimenti. La parola “perversione” non può mancare nel suo vocabolario quando prova a spiegarsi la scelta di Osvaldo e il tono si fa auto-consolatorio quando definisce Marina una chimera. Anche il bisogno di garantire serenità alla figlia di nove anni, negando alla giovane donna l’ultimo saluto all’uomo che amava, sembra essere solo un alibi per nascondere imbarazzo e vergogna davanti alla sua gente. I loro dialoghi sono molto belli perchè tenuti da Sonia sempre sul filo dell’ambiguità: lo sdegno è trattenuto nel tentativo di concedere un po’ rispetto e di umana comprensione alla sua antagonista. O forse è solo un modo per comprarne il silenzio e la sparizione?

Più marginale nel racconto ma altrettanto interessante nella dinamica comportamentale è il confronto con Adriana Cortes, il commissario di polizia che si occupa di reati a sfondo sessuale. Adriana intende proteggere Marina ma così facendo diventa portavoce di un altro tipo di pregiudizio, quello secondo il quale un uomo maturo è più probabilmente portato all’abuso piuttosto che all’amore verso quel tipo di donna. La sua indagine espone così Marina al momento più umiliante e drammatico dell’intero film.

Benchè non rinunci mai a far valere i propri diritti, le reazioni di Marina si distinguono sempre per la loro compostezza. Per oltre un’ora il gioco delle parti e la sottile analisi che il regista fa di una società impreparata ad affrontare una simile dimensione amorosa donano al film una straordinaria prospettiva emotiva. Nell’ultima mezz’ora però quel fragile equilibrio si spezza lasciando che Bruno, arrogante e violento figlio maggiore di Osvaldo, trascini tutti in un vortice di reazioni incontrollabili; una scelta narrativa che non giova al film, privandolo della profondità che ne aveva meravigliosamente caratterizzato la prima parte. Nè giovano all’opera alcune figure secondarie, anch’esse troppo stereotipate e superficiali, come la sorella di Marina ed il suo compagno Gaston. Resta invece molto bello ed umanamente convincente il personaggio di Gabo, il fratello di Osvaldo. Quel bacio che Marina gli poggia su una guancia fuori alla chiesa segna in maniera netta la divisione tra le due parti di un film che nel complesso resta comunque di alto profilo artistico e civile. 

Marina ha il volto di Daniela Vega, attrice transgender, formata al canto d’opera fin da bambina. La sua interpretazione nel film di Sebastian Lelio è appena la seconda della sua carriera cinematografica, ma riempie la scena con il suo portamento fiero e con il suo fascino magnetico al punto che per lei si era auspicata persino una clamorosa nomination agli Oscar.

Il vento che soffia forte nella scena divenuta manifesto del film non è riuscito a spingere Daniela fino al Dolby Theatre di Los Angeles ma nemmeno riesce a fermare Marina nella sua corsa alla conquista di un posto nella società ed allo spettatore è concessa l’emozione di vederla calcare il palcoscenico che merita.

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