Zen sul ghiaccio sottile e le opere oneste (che siano prime o ultime)

Che un’opera prima possa essere di una tale onestà da riempire gli occhi di lacrime e illusioni di continuità, che quindi questa onestà si presenti come il privilegio di un presente quasi incontaminato, è fatto risaputo, ma non scontato. Un’opera prima è anche minata di affanni, insicurezze afose come un pomeriggio di fine luglio, orecchie troppo aperte all’ascolto o urgenze di dire tutto subito, con il pericolo della stratificazione appostato sempre dietro l’angolo.

Ecco, Margherita Ferri (già regista di cortometraggi, web series e documentari) con Zen sul ghiaccio sottile avrà avuto forse una di queste paure, forse tutte insieme ammassate dentro la penna con la quale ha anche scritto questo suo bellissimo film, ma se ne intravede solo l’autenticità attraverso le paure della sua protagonista. Maia (una esordiente Eleonora Conti) detta Zen vive tra le montagne dell’Appennino Emiliano, in un rifugio insieme alla madre (Fabrizia Sacchi).

Gioca sul ghiaccio sottile a hockey, in continuo contrasto esterno con i suoi (tutti maschi) compagni di squadra e interno con se stessa, con la sua natura che inizia a muoversi, proprio come quei ghiacciai che la regista sceglie di affiancare all’evoluzione di Maia, come una natura spaventosa e imprevedibile al pari di quella umana, a muoversi e ad irrobustire quel ghiaccio sottile su cui si destreggia dappertutto, con i pattini e nei pensieri. Così, quando la sua compagna di scuola Vanessa (Susanna Acchiardi) scappa di casa e le chiede ospitalità, Maia inizia lentamente a sciogliersi e, mentre si scioglie, diventa più consapevole, sorride. Le due si scoprono speculari, con quei capelli bicolore che in Maia si schiariscono sulle tempie laddove in Vanessa diventano più scuri, intricati. Come se le risposte ci fossero già state offerte da Margherita Ferri e fossero chiare, come l’onestà che ti aspetti da un’opera prima e che in effetti è lì, sfacciata e temeraria.

La sceneggiatura ha vinto una menzione speciale al Premio Solinas – Storie per il Cinema e il film è stato realizzato con il sostegno di Biennale College, il laboratorio produttivo della Biennale di Venezia. È in poche sale, io l’ho visto a Torino una domenica pomeriggio e a fine proiezione nessuno si è alzato. Siamo rimasti lì, a guardare i titoli di coda che scorrevano, non ce ne saremmo mai andati.

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