Asbury Park: lotta, redenzione, rock and roll di Tom Jones

Sono cresciuto ascoltando Bruce Springsteen.

 

La mia discografia si era fondata sui Beatles e i Rolling Stones. Gli anni 80 erano poi esplosi con sonorità nuove e pazzesche. Il mondo si divideva tra chi ascoltava gli U2 e i Simple Minds e chi i Duran Duran e gli Spandau Ballet. Si era cool se avevi Murmur dei REM, trasgressivo con Pornography dei Cure, sofisticato con Paris Match degli Style Council, psichedelico con The Blurred Crusade dei Church, intoccabile con Zenyatta Mondatta dei Police, commerciale con Like a Virgin di Madonna. Migliaia di artisti e di suoni.

Frame tratto dal film Asbury Park

E poi c’era Lui, il Boss. Bruce Springsteen.

Era ovunque. Jeans, T-shirt bianca e cappellino rosso in tasca. Era indiscutibilmente il dio del rock negli anni 80. Anche Ronald Reagan provò inutilmente a celebrarlo sull’altare del suo edonismo. Inutile. Springsteen era di tutti. Il simbolo della classe operaia. Dal Jersey al Middle West. In Europa, in piena New Wave, ove tutti erano avidi dei primi video in TV e in giro tra le centinaia di concerti, tra LP e riviste musicali e infinite discussioni, erano tutti in rispettoso silenzio, anche chi non era rockettaro, davanti al Boss. Il rispetto, quando non era venerazione, era dovuto alla sua generosità.

Bruce Springsteen è un artista generoso. La sua voce sempre forte e penetrante, mai sommessa. La sua fisicità esplosiva, coinvolgente e travolgente. Le canzoni mai banali. Storie vere, di vita di tutti. Ma il Boss c’era sempre stato. Ma il Boss c’è. Oggi, 69 anni, è lì. Sempre Lui. Sempre atteso. Sempre forte.

E con questo spirito ho visto il film documentario Asbury Park: lotta, redenzione, rock and roll, diretto da Tom Jones, e mi sono emozionato.

Asbury Park, cittadina balneare nel New Jersey, lo vide nascere musicalmente. Una cittadina che per lungo tempo fu sede di una delle più importanti scene musicali, rock, soul e jazz degli Stati Uniti. The Doors e The Rolling Stones, The Who e Ray Charles, Ella Fitzgerald, Dizzy Gillespie e Louis Armstrong, tutti passarono per Asbury Park.

Il film è un lungo viaggio nella storia di un luogo, che affacciato sull’Oceano, tra case povere e lunghe spiagge, diventò il Luna Park del New Jersey. Centinaia di locali e bar. Musica ovunque. Band e artisti di ogni genere. Un fermento e una creatività diffusa. Giovani e meno giovani, tutti con i loro sogni e tutti con la voglia di musica e di stare insieme.

Asbury Park

L’Upstage Club, un vecchio fabbricato, diventò tra il 1968 e il 1970, grazie alla creatività visionaria e all’allegra incoscienza di due eccentrici parrucchieri di Asbury – Tom e Margaret Potter, il fulcro del movimento giovanile, la sintesi naturale tra gli stili musicali che influenzavano la cultura musicale dell’epoca. Il soul con il rock’nroll di Chuck Berry e Little Richard, la psichedelia californiana con la cultura bohemien del Greenwich Village, innaffiata di jazz. Una vera fusione di suoni, in una sintesi alchemica. “Dylan e i Beatles avevano rivoluzionato la musica, noi eravamo degli alchimisti” ci racconta Springsteen nel film.

Il miracolo di un locale improbabile, ma unico. Complicato da raggiungere da qualunque band con una strumentazione, attraverso le due strette rampe di scale. Tom Potter pensò di nascondere dietro a un pannello in fondo al palco una serie di amplificatori a cui liberamente attaccarsi e suonare. Il muro del suono fu la svolta per il locale. Tutti i musicisti, anche quelli senza soldi, potevano suonare. Bastava portare lo strumento e attaccarsi all’amplificazione. Inoltre il locale scelse di chiudere alle 5 del mattino, due ore più tardi delle decine di locali che popolavano il West Side. Ed era addirittura aperto anche ai minorenni.

1974 Soundcheck at the Harvard Square Theatre

1974 Soundcheck all’Harvard Square Theatre ® Barry Schneier

Per due anni fu il paradiso del suono e della sperimentazione. Il punto di incontro della musica. Infinite jam sessions, suoni a contrasto e in armonia. Tutto ciò che c’era di nuovo passava per l’Upstage.

E’ emozionante vedere Springsteen e Little Steven, seduti su vecchie sedie, tra le mura diroccate e graffitate di ciò che rimane di un abbandonato Upstage, raccontare con semplicità la loro storia, le loro emozioni, i loro sogni che ogni notte si realizzavano nell’allegra baraonda del locale, tra ragazzi che volevano solo divertirsi ed erano affamati di suoni. Southside Johnny, David Sancious e tanti altri raccontano i loro ricordi e le loro emozioni. Tutti riconoscono la magia di quel mondo. Ma forse di un’epoca.
Il film ci fa comprendere come il Boss fosse profondamente legato a questo luogo e con quanto entusiasmo giovanile e vitalità si regalasse al suo primo pubblico. E’ tutto lì Bruce Springsteen. Quello che noi conosciamo, quello che noi amiamo. Furioso nella sua musica, instancabile nel sound, curioso della sintesi di ogni sonorità, felice di suonare. Divertimento puro.

Asbury Park

Poi il film ci racconta che all’improvviso ci fu la violenza e la distruzione. Nel clima di lotta per i diritti civili, scoppiarono scontri nel luglio 1970, cui seguirà la repressione governativa e la lunga depressione dell’intero contesto abitativo del West Side. La city of ruins della canzone di Springsteen. Tutto viene abbandonato. Solo la musica rimane come presidio di vita. Lo Stone Pony riprende l’eredità dell’Upstage. I ragazzi continuano a suonare tra le macerie.

Springsteen concede il tributo al suo mondo con il primo album, “Greetings from Asbury Park”, con i suoi eroi sconfitti, ragazze sentimentali e prostitute, emarginati e spacciatori dei sobborghi del New Jersey. Anche la copertina dell’album è una cartolina di Asbury Park. E come sempre accade con la musica è proprio la musica che può offrire una speranza. Il film si chiude con i ragazzi, anzi i bambini, della Lakehouse Music Academy, realtà di Asbury, con il loro divertimento, i loro strumenti e la loro seria convinzione. E sono proprio i ragazzi della Lakehouse, con le loro chitarre e batterie, che suonano sul palco con i loro eroi – Bruce e Little Steven, Southside Johnny e tanti altri, negli splendidi e travolgenti minuti dopo il film, che sorprendono con il concerto al Paramount Theatre.

I giovani e la musica, una speranza che mi ha lasciato il dolce sapore della rinascita.

 

/// il trailer ///

 


 

di Alfonso Cantelli

La mia città con le sale cinematografiche nel centro storico. Il corso immerso nel passeggio, i giardini di verde e i chioschi di giornali. Matinée, fumo, manifesti disegnati e sedie di legno.
Le grandi multisale, l’odore persistente di popcorn e glassa, i led e la luce triste. Ieri e oggi, sempre tutti insieme tra colori e suoni, e sempre difronte a un lenzuolo bianco, pieno di luce.
Il cinema mi ha sempre attratto. E mi ha sempre attratto la magia di tanti sconosciuti insieme, che piangono e che ridono. Ognuno aspetta qualcosa, ognuno cerca qualcosa. Io tra loro.
L’emozione del paesaggio immenso, la luce acida e la poesia del bianco e nero. Al Pacino e Dustin Hoffmann. Scorsese e Altman. Kubrick e Peckinpah. La colonna sonora. Troisi e Moretti. Leone e Fellini. Ken Loach, Woody Allen e Almodóvar. Il dialogo, il suono, la fotografia, l’architettura e il design. Tutto insieme. Tutto in armonia. Tu nelle altre vite.
Come faccio a non amare il cinema? Come faccio a non rivedermi “Un uomo da marciapiede?”

 

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