Girl di Lukas Dhont. Is there anybody to listen to my story?

A poco più di una settimana dalla consegna degli European Film Awards (EFA), gli Oscar del cinema europeo che saranno consegnati a Siviglia il prossimo 15 dicembre, proviamo a conoscere meglio uno dei titoli che tenterà di sbarrare la strada a Matteo Garrone e ad Alice Rohrwacher nella corsa all’ambito premio. Girl, opera prima del regista fiammingo Lukas Dhont, si presenta forte di un doppio riconoscimento a Cannes, la Camera d’Or per il miglior film di esordio e il premio a Viktor Polster come migliore interprete della sezione “A certain regard”, e della nomination ai Golden Globe arrivata proprio oggi. 

“Mi chiamo Lara, ho sedici anni ed ho un fratellino di sei”, si presenta così ai suoi nuovi compagni di classe la Girl del nostro film. Il suo passato, quello che l’ha portata a cambiare scuola e presumibilmente città, sembra non interessarci perchè il mondo che circonda questa ragazza si mostra pieno di serenità. Lara è gentile nei modi e carina nell’aspetto ma la serenità per lei è un concetto molto relativo: alla sua femminilità, acerba in apparenza solo per motivi anagrafici, corrisponde un corpo che non sente suo. Lara era nata Viktor e l’adolescenza, età inquieta un po’ per tutti, per lei coincide con l’inizio del percorso di trasformazione fisica.

L’universo che Dhont costruisce intorno a Lara è quello che per lei sta plasmando il più amorevole dei padri, un uomo pronto a comprendere ed a gestire ogni bisogno ed ogni turbamento di sua figlia. Ma oltre l’amore di un padre ci sono le relazioni sociali ed è qui che Dhont ha un’intuizione straordinaria portando Lara a vivere nei luoghi dell’intimità femminile, facendole condividere bagni e spogliatoi con le compagne del liceo o con quelle della scuola di danza. Ed è anche grazie a quell’armonia che riesce a trovare tra la curiosità delle amiche e l’imbarazzo di Lara che il regista belga getta le basi di un rapporto fortemente empatico con lo spettatore: da una parte la gioia di vedere la diversità farsi normalità e dall’altra la tensione di chi teme che quel mondo ideale possa andare in pezzi da un momento all’altro. Ma l’esclusione della conflittualità sociale è condizione essenziale per il regista belga per poter spostare tutta l’attenzione sul dramma interiore della ragazza. Lara è seguita da medici scrupolosi e pieni di garbo che conoscono bene le difficoltà del suo percorso e per questo la seguono con attenzione e rispetto. Lara però ha un urgenza che il suo corpo non può assecondare. L’inquietudine cresce via via che Lara scopre cosa significa essere donna ed avverte più forte il bisogno di viversi come tale, più si avvicina al suo obbiettivo più avverte il peso della distanza che ancora la separa da esso. In questa lotta disperata il pene si fa inevitabilmente nemico dichiarato.

Il dramma profondo di Lara si mescola con la sua grande passione per la danza. Il suo sogno di diventare ballerina di danza classica la espone ad un calvario fisico, che offre a Dhont la possibilità di mostrare il suo grande talento non solo nell’esplorare l’animo umano ma anche nel costruire immagini di straordinaria potenza. La fragilità dei piedi di Lara rendono ogni suo esercizio un miscuglio di tecnica e sofferenza. Ancora una volta l’equilibrio (sulla punta dei piedi) sembra potersi infrangere da un momento all’altro e lo spettatore vive con crescente tensione ogni suo esercizio. L’uso della macchina da presa si fa ansiogeno arrivando in alcuni momenti ad incollarsi al corpo di Lara per farcene meglio percepire ogni incertezza.

Per costruire le scene di danza Dhont si è avvalso di una delle più prestigiose firme della coreografia mondiale, quella di Sidi Larbi Cherkaoui, che ha voluto sottolineare il talento e l’abnegazione con cui il protagonista Viktor Polster ha seguito il progetto, riuscendo faticosamente a mettersi sulle punte per la prima volta proprio come Lara. La scelta di averlo come protagonista non è stata affatto facile ed è arrivata dopo numerosi provini fatti a giovani maschi, femmine e transgender. Su di essa però è pesato il giudizio avverso della critica trans americana che male ha sopportato che il ruolo non fosse stato assegnato ad un vero transgender. Attualmente Viktor Polster frequenta la Royal Ballet School di Anversa e non fa mistero di sognare una carriera da ballerino molto più che da attore. Sul piano visivo è molto bello anche il gioco di cromatismi che il regista realizza giocando sia con l’abbigliamento delle danzatrici che con le luci al neon rosse che penetrano dalle finestre nelle rare scene notturne.

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Il finale del film segna l’esplosione di tutte le tensioni, ma quella ragazza, che all’atto della presentazione alla classe forse si era chiesta “is there anybody to listen to my story?”, alla fine può rivolgere il suo sguardo sorridente in camera e ringraziare lo spettatore che la sua storia non solo l’ha voluta ascoltare ma l’ha pure amata tantissimo.

/// il trailer ///

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