Con Il corriere, divertente e amaro road-movie, Eastwood ci guida alla fine di una carriera inimitabile

Earl Stone (Clint Eastwood) è un novantenne arzillo floricoltore reduce di guerra, che la crisi economica e l’avvento dell’e-commerce hanno mandato in rovina. Rovina, come i rapporti con la sua famiglia, soprattutto sua figlia (interpretata dalla figlia di Clint, Alison Eastwood) e sua moglie (Dianne Wiest), che gli rimproverano di aver trascurato la famiglia per dedicare tutta la sua vita a lavoro e amici, e divertimento. Finché un giorno gli viene proposto, a lui che non ha mai preso una multa in vita sua, di divenire un corriere, guidare e trasportare sul suo pick up dei misteriosi carichi, molto ben pagato. Si tratta di ingenti carichi di droga del cartello messicano di Sinaloa, guidato dal boss (Andy Garcia). Un agente della DEA (Bradley Cooper) si mette sulle tracce del misterioso e inafferrabile corriere. E’ tempo, per Earl, di fare i conti con tutte le sue scelte, sia quelle del passato, che quelle del presente.

il corriere

Dieci anni dopo Gran Torino, Clint Eastwood torna a sorpresa a dirigere sé stesso in Il corriere – The Mule, piccolo road movie che ha il sapore ed il rumore di un sussurrato testamento di una carriera leggendaria, e di una vita che lo ha visto essere padre di molti figli, compagno di molte madri. Una premessa necessaria, per riflettere sul sapore anche autobiografico de Il corriere. Ancora una volta scritto da Nick Schenk, che aveva scritto Gran Torino, il film arriva dopo alcuni film in cui Eastwood ha scelto con risultati alterni la via delle biografie di personaggi famosi (si pensi ad American Sniper, Invictus, Sully, J. Edgar, 15:17 Attacco al treno, Jersey Boys), è a sua volta tratto da una storia vera (ovvero quella del corriere della droga 90enne Leo Sharp, che il New York Times aveva raccontato in un famoso articolo. Tuttavia il film si innesta anche in alcune delle tematiche affrontate e sviluppate nella parte “di finzione” dell’Opera del cineasta californiano: il distacco dalla famiglia e il ritrovamento dei valori familiari al di fuori del nucleo originario, la redenzione, la consapevolezza che si è sempre soli dinanzi alle responsabilità e conseguenze delle proprie scelte. Strade che Eastwood ha tracciato in maniera nitida e indimenticabile, e attraversando i generi cinematografici, in film come Gran Torino, Unforgiven, Million Dollar Baby, Mystic River, Un mondo perfetto, (solo per citare i più grandi).

il corriere

La novità che segna la grandezza de Il corriere e lo colloca inevitabilmente come opera conclusiva di un’intera carriera, risiede in due aspetti di questo film che, gioco forza, attengono all’età in cui Eastwood lo ha realizzato. Sono il tono, e la soluzione. Il tono è stavolta meno cupo, rispetto agli illustri precedenti citati, è anzi spesso scanzonato e leggero. Earl Stone nel film balla, si mostra quasi nudo alla macchina da presa mentre si intrattiene con il gentil sesso, chiama negri delle persone di colore che sta aiutando per strada. Eastwood è insomma un cineasta e uomo che ha pochi anni di vita dinanzi a sé, non ha nulla da dimostrare o da perdere,e si diverte.

E poi c’è la soluzione. La soluzione, quando i nodi vengono al pettine, non è stavolta continuare ad andare avanti da soli, a costo di pagarne le più atroci conseguenze (su tutte, val ricordare la sequenza finale di Million Dollar Baby, l’allenatore Frankie rimasto completamente solo dopo la morte della sua pugile). La soluzione del corriere Earl Stone è guardare indietro, e ritornare, in questo viaggio che diventa una fuga duplice dal cartello e dalla DEA, alle proprie radici, la propria casa e la vita familiare lasciata troppe volte indietro e in secondo piano.

il corriere

In questi aspetti di umanità che inevitabilmente si collegano all’uomo Eastwood prima che al regista, risiede la forza di questo film, appunto un film testamento. Eastwood ha designato il suo erede, è Bradley Cooper. Gli dice persino di non badare troppo al lavoro, quasi un consiglio all’attore Bradley Cooper più che al personaggio che interpreta in quella scena. Pur confermandosi archetipo di anarchico di destra, Eastwood ci dice che in fondo l’Ordine costituito è la sola via cui traguardare, nella scelta finale che il suo personaggio compie, anche se l’America è un gigante sempre più complesso ed è in modi sempre più pericolosi e strani, la terra dove tutto è possibile.

Ci dice che ancora, a quasi 89 anni, il mestiere dell’attore è un’alchimia in cui occorre voglia di giocare, anche di non prendersi troppo sul serio ed essere dei prestigiatori (non è Earl Stone in fondo un prestigiatore che si diverte nascondendo l’evidenza dei carichi che trasporta?).

Ci dice che, per fare un film che ti tiene incollato alla sedia per due ore, non è necessario stupire con inquadrature e lenti speciali, se si conoscono le nozioni di regia e del montaggio cinematografico, e si ha sensibilità e sicurezza.
Abituati alle sorprese che ha riservato al pubblico soprattutto negli ultimi 25 anni di carriera, possiamo aspettarci ancora un altro film da Eastwood. Se Il corriere fosse invece la fine della sua carriera, sarebbe il fiore perfetto.

/// Il trailer ///

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.