Il gioco delle coppie: le doppie vite di Olivier Assayas

Il gioco delle coppie, titolo italiano barbaramente strappato al suo corrispettivo francese, Doubles vies, è un film di parola. Sulla parola, nella frattura/convergenza tra cartaceo e digitale, di parole, tante, tutte incartate in una impeccabile confezione francese e proprio di parola. L’acume, l’ironia, la caustica lucidità che promette dalla prima scena sono portate avanti da Olivier Assayas per tutto il film (salvo qualche inciampo nella banalità, perdonatogli subito). I personaggi sono quattro, otto se si considera la doppia vita di ciascuno di loro e nove, con la giovane Laure che si fa portavoce della modernità e del digitale nel panorama dell’editoria, destinata però a fare da sfondo o da comparsa (come il digitale in un universo arroccato nel conservatorismo, solo apparente, della carta? No, ma lasciatemi sognare in pace).

il gioco delle coppie

Alain (Guillaume Canet) è il direttore editoriale di una delle più prestigiose e antiche case editrici francesi, alle prese proprio con questo sogno, anzi con questa fede. In una chiesa che appare sempre più vuota di fedeli (la carta stampata) Alain continua a dire messa, e il riferimento bergmaniano a “Luci d’inverno” è esplicitamente dichiarato. A differenza del personaggio del film di Bergman, Alain non ha mai perso la sua fede, ha intravisto il volto giovane del nuovo mondo editoriale, che appiattisce la rugosità della carta con la levigatezza del digitale, ma lo lascia sulla soglia, in un’attesa per lui forse permanente. Laure (Christa Théret) tenta Alain con le seduzioni del corpo e con la prospettiva di una nuova vita digitale per la sua casa/chiesa editrice.

il gioco delle coppie

L’amico scrittore Léonard (Vincent Macaigne) vive nei suoi romanzi (definiti autobiografie romanzate) e non riesce a separare ciò che è esperito da ciò che è scritto (anche nel rapporto con la moglie di Alain, Selena); Selena (Juliette Binoche) porta avanti una strenue guerra fredda, di parole affinate e acute, sulla necessità della carta stampata e vive questa contraddittorietà (se così la si può definire) anche nella sua vita da attrice. Non raggiunge il successo con il teatro, come avrebbe voluto, ma con la serialità televisiva, con la modernità. E poi c’è Valérie (Nora Hamzawi) la compagna di Léonard che, tra un tablet e un altro, tra una campagna e l’altra (è assistente di un importante politico), sembra quasi osservare dall’alto della sua compostezza salda e ferma tutto il caos delle doppie vite che la circondano e sorriderne. È l’accettazione l’unica difesa – sembra dire loro – siamo destinati al tradimento: a tradirci è il passato, un affetto, le uniche certezze arroccatesi erroneamente nelle nostre vite frenetiche, anche la nostalgia può tradirci con l’odore, pulito, del futuro, ma noi possiamo imparare a camminare dentro la delusione, toccandone le mura fragili, pericolanti e uscendone, quasi illesi.

il gioco delle coppie

Si muovono come acrobati i personaggi di Olivier Assayas, virtuosi della conversazione e della parola e lui li segue, invece, in punta di piedi, senza alcuna acrobazia né virtuosismo, con una regia impercettibile e, per questo, molto presente (diversa dal suo film precedente Personal Shopper, con cui condivide il tema del doppio).

Doubles Vies è molto più complesso della sua apparente (e bellissima) leggerezza. Assayas riflette sul nostro mondo, sulla parola, su quello che rubiamo barbaramente dalle vite degli altri, con la spensieratezza di un bambino. Il racconto, orale, scritto, la vita stessa (e anche nella nostra scopriamo presto di non essere gli unici autori) sembrerebbe scagionare con la sua sola presenza ogni forma di appropriazione indebita. Se ti racconti, se vivi nel mio spazio, ti consegni automaticamente non solo alla mia memoria, ma forse, in alcuni casi, anche alla mia penna (e qui torniamo al tradimento e al suo significato più profondo di consegna).

Vi consiglio proprio di andare a vederlo.

/// il trailer ///

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