Cadute e risalite: la top 5 di Ken Loach

Cadute e risalite nel cinema di Ken Loach

 

Ken Loach, comunemente noto come Ken il Rosso, per la sua ideologia più che per il colore dei capelli, è il migliore interprete di un cinema che si fa militanza. La lotta di classe e gli ideali di libertà sono il cardine delle sue narrazioni, ma tra le pieghe di ogni racconto si nasconde la fragilità di uomini e donne che vacillano davanti ai duri colpi della vita. Precariato lavorativo ed affetivo, difficoltà economiche, dipendenza da alcol e droga diventano i tratti distintivi della generazione che attraversa gli anni ’90 diventando vittima sacrificale delle politiche liberiste di Margaret Thatcher. Nella mia cinquina che si rifà soprattutto alla produzione artistica di quegli anni troviamo racconti di rovinose cadute agli inferi, ma anche di faticosi percorsi di risalita e di riscatto.

Ken Loach

Scena tratta da My Name is Joe

Il cinema di Loach non si esaurisce però nello sguardo attento alle dinamiche sociali ed economiche del suo paese; spesso parte da esso per andare a raccontare altre realtà nelle quali libertà e diritti umani sono violati. Era già accaduto nel 1986 con Fatherland che ci aveva condotto nella Berlino divisa dal muro, ma questo fenomeno si intensifica dalla metà degli anni ’90 con Terra e libertà (1995) che racconta la guerra civile spagnola, con La canzone di Carla (1996) che ci porta a contatto con i sandinisti in Nicaragua e con Bread and Roses (2000) che esplora il mondo dei lavoratori messicani arrivati negli Stati Uniti. Un discorso a parte merita, nel suo percorso artistico, la ricostruzione della storia d’Irlanda: Il vento che accarezza l’erba (Palma d’oro a Cannes nel 2006) e Jimmy’s Hall (2013) sembrano due differenti capitoli di uno stesso racconto storico, nè appare meno degno di interesse L’agenda nascosta (1990), una sorta di spy-story ambientata nella Belfast di quegli anni roventi.

Nel 1996, con La canzone di Carla, ha inizio la straordinaria collaborazione con lo sceneggiatore Paul Laverty che arriva fino ai giorni nostri con I, Daniel Blake (Palma d’oro 2016) e Sorry We Missed You (in concorso quest’anno).

My name is Joe (1998)

Palma per la migliore interpretazione maschile a Peter Mullan

Siamo a Glasgow. La storia di Joe è quella che più di ogni altra rimane scolpita nel mio animo cinefilo. Il suo passato da alcolista è perfettamente sintetizzato nella clip sottostante. C’è il buio degli inferi in cui era sprofondato, ma anche la luminosità di un riscatto che lo restituisce alla vita, pur non sottraendolo alle sofferenze e alle ingiustizie. Da uomo ritrovato Joe sa conquistare il cuore di Sara, la sua assistente sociale, e lottare per la salvezza dello sventurato Liam. Il desiderio di aiutare quel ragazzo, che, schiavo della droga e degli strozzini, tanto gli ricorda il suo passato, lo porterà ad infrangere nuovamente le regole ed a mettere in discussione la sua credibilità sociale, ma quelle scelte saranno il tratto finale e decisivo della sua risalita.

Ladybird Ladybird (1994)

 

Non si riesce a parlare purtroppo di risalita raccontando invece la vita di Maggie. La sua storia somiglia a quella di un naufrago che tenta di riportare la testa fuori dall’acqua, ma puntualmente arriva qualcuno ad affondargliela di nuovo. Quando conosce Jorge, esule paraguayano, trova il modo per raccontare la sua rovinosa caduta culminata in un devastante incendio della sua abitazione in cui hanno rischiato di morire i suoi quattro figli (avuti da quattro differenti uomini), mentre lei si esibiva come cantante in un bar. L’incapacità di legarsi ad uomini affidabili e quel drammatico incidente avevano spinto gli assistenti sociali a togliergli la custodia di figli; ma Jorge è diverso, è un uomo attento e rispettoso che davvero può rappresentare per lei l’occasione di riscatto. Il loro amore è sano ed i due figli che la coppia mette al mondo meriterebbero di crescere in quella che faticosamente cerca di essere una buona famiglia. Non sono peró dello stesso avviso i servizi sociali che sembrano esercitare un accanimento verso i due, facendo di Ladybird Ladybird il film più disperato di Loach.

Il mio amico Eric (2009)

 

Questo film è il primo esperimento effettuato da Loach di coniugare i toni della commedia con i suoi abituali elementi del dramma sociale. L’idea di fare di un’icona del calcio mondiale lo spirito guida di uno dei suoi soliti sofferti personaggi è semplicemente geniale. Nella clip che ho scelto per presentare questo film c’è il momento dell’apparizione: il poster attaccato al muro somiglia ad un’immagine religiosa tale è la fede con cui Eric (Bishop) rivolge preghiere al suo omonimo campione Eric (Cantona) che di improvviso si materializza davanti ai suoi occhi assumendo subito il ruolo di santo protettore e di bravo consigliere. Il passato del povero Eric è costellato di fallimenti e di alcol, ma, ora che dai guai prova a tenersi distante, a complicargli la vita ci pensa uno dei figliastri che gravita nell’orbita di uno spavaldo bullo locale. L’occasione di riscatto per Eric è invece data dal riavvicinamento della vera figlia avuta 30 anni prima dal grande amore della sua vita, una donna abbandonata, per l’incapacità di farsi carico di quelle responsabilità, quando la bambina era appena nata. Il finale del film è  molto divertente e regala un alito di speranza che difficilmente si era percepito prima nel cinema di Loach.

Piovono Pietre (1993)

Premio della Giuria a Cannes

Il titolo di questo film sembra essere una sorta di manifesto della filmografia di Loach. La sua classe operaia non va in paradiso, ma resta drammaticamente con i piedi per terra mentre dall’alto una pioggia di pietre gli si scaglia addosso. Bob vive di lavori occasionali, ma su una cosa non è disposto a cedere: per la prima comunione la figlia dovrà avere un bel vestito e tutti gli accessori del caso. La chiesa diventa nel film teatro di molte interessanti riflessioni grazie al senso di estrema praticità di Padre Barry che davanti ai drammi della quotidianità sembra disposto a chiudere un occhio e a sovvertire i dettami della morale cristiana. La rinascita di Bob, soffocato dai debiti e vessato dagli strozzini, passa anche attraverso questo senso di umana comprensione che gli arriva dal suo padre spirituale.

Terra e libertà (1995)

 

La crescita di un giovane operaio disoccupato di Liverpool passa attraverso l’adesione ai suoi ideali di libertà e la scoperta di cosa sono la (vera) povertà e la guerra. David è partito da casa per andare a combattere al fianco delle milizie comuniste nella guerra civile contro le truppe fasciste del generale Franco. L’amore per Blanca, gli orrori della guerra ed il dibattito che, all’interno del suo schieramento politico, genera conflitti e divisioni sono elementi che tracciano in maniera definitiva il suo percorso di vita. La terra raccolta in un fazzoletto rosso e custodita con cura che la nipote troverà, molti anni dopo, alla sua morte, è la perfetta sintesi di questi elementi: è proprio sotto quella terra collettivizzata che lui ed i suoi compagni hanno seppellito Blanca caduta in battaglia. Ed è la stessa terra che la nipote verserà sulla sua tomba come estremo omaggio alla sua resistenza.

La top 5 di Ken Loach

 

A me che porto con orgoglio il nome de “il mio amico Ken” cinque titoli di sicuro non bastano per raccontare la grandezza umana ed artistica di questo autore. E’ per questo che, infrangendo un po’ le regole del gioco, voglio citare almeno altri 5 titoli che mi sarebbe piaciuto inserire in questa “crudele” classifica: primo tra tutti Riff Raff (1991), ma subito dopo anche Sweet sixteen (Palma per la migliore sceneggiatura a Cannes 2002), Il vento che accarezza l’erba (2006), La parte degli angeli (Premio della Giuria a Cannes 2012) ed I, Daniel Blake (2016). Tutto ciò a testimonianza di una prolificità e di una qualità rimaste costanti lungo tutta una carriera, nella quale Un bacio appassionato (2004) sembra rappresentare l’unico vero passo falso.

  1. My name is Joe
  2. Ladybird ladybird
  3. Il mio amico Eric
  4. Piovono pietre
  5. Terra e libertà

Cannes 2019

 

Ken Loach sarà in concorso a Cannes 2019 con Sorry We Missed You

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