La Favorita, il film favorito

Sesso è potere, come affermava Foucault, e sesso e potere si passano la palla in questo appassionante spassoso banchetto tra donne, una danza a colpi di musica in corridoi lunghi, saloni distorti, boschi e lenzuola, corsetti e vestaglie, oche e anfore piene di vomito. Candidato a 10 premi Oscar, vincitore del Gran Premio della Giuria a #Venezia75, coppa Volpi e Golden Globe a Olivia Colman e forse molto altro in arrivo. Una valanga di premi e nomination, tutti meritati.

 

La favorita

È stato il primo film e l’ultimo film visto a #Venezia75 (sì due volte) nonché il favorito. E non perché è un film sul potere finalmente al femminile (non solo).

XVIII secolo, l’Inghilterra è in guerra con la Francia, e alla corte di Anna Stuart, ultima sovrana del casato degli Stuart, si decidono le sorti di un’intera nazione. Olivia Colman è la regina dei dolori, una regina capricciosa incapace di distinguere il genuino dal falso, spesso in vestaglia, che vomita, si abbuffa e si annoia passando da piaceri di letto al divano. Soffre di gotta ma ha ferite più profonde, almeno 17 come i figli persi tra gravidanze andate male e morti premature, di cui tiene il conto grazie a 17 conigli. È volubile, fragile e un po’ goffa. Per districarsi nelle mansioni politiche si affida alla sua più-che-intima consigliera Lady Sarah Churchill, Rachel Weisz, bella temeraria e volitiva duchessa di Marlborough, una delle più influenti donne della storia inglese. L’arrivo a palazzo della cugina di Lady Sarah, la giovane spregiudicata caduta in rovina Abigail Masham, Emma Stone (l’unica americana in un cast purosangue British), spazzerà via come un ciclone non solo gli equilibri di palazzo, ma anche quelli relativi alle imprese belliche di sottofondo. La battaglia del mondo esterno ha infatti un suo corrispettivo nel microcosmo della corte, dove si svolge un duello tra donne disposte a tutto pur di accaparrarsi lo status di favorita della sovrana. Un triangolo amoroso a tutti gli effetti, in cui però dietro l’apparente e nobile sentimento dell’amore, si cela un altro fine, il potere.

Yorgos Lanthimos (Dogtooth, Alps, The Lobster, Il sacrificio del cervo sacro etc) stavolta si innamora della sceneggiatura di Tony McNamara e Deborah Davis che parte da fatti e personaggi realmente esistiti per poi staccarsene e aprire alla fantasia. Prende spunto da I misteri del giardino di Compton House di Peter Greenaway, strizza l’occhio a Eva contro Eva di Joseph L. Mankiewicz e confeziona un’esperienza visiva appagante e stimolante, una festa trascinante, magnifica commedia nera in cui quello che potremmo definire il Lanthimos touch, non ce ne voglia Lubitsch, spicca splendido splendente.

La favorita

La Favorita è un film perfetto, che spiazza e travolge, proponendosi per qualcosa che non è mai, per tutta la sua durata. Lo spettatore è avvertito, se pensa di essere di fronte ad un film in costume in piena regola, sbaglia di grosso (stiamo parlando di Yorgos Lanthimos): ci sono note contemporanee che lo “declassano” da film storico sin dalle prime inquadrature. La contemporaneità che introduce il regista greco è dappertutto, nei dialoghi, nei costumi, nella musica, nei movimenti di camera, nel balletto a palazzo tra Rachel Weisz e Joe Alwyn, qualcosa di difficilmente immaginabile a corte. Lo strambo mix tra Voguing, Lenny hop dance, l’Esorcista e Italia’s Got Talent, che gli attori hanno provato per due settimane di fronte al cast e senza musica, davvero fa stropicciare gli occhi. Quelli della regina Anna invece si riempiono di lacrime: Olivia Colman, in questa scena e dopo soli 30 minuti di film circa, si spoglia delle fragilità del personaggio che interpreta e sale su un piedistallo con l’Oscar in mano. Il suo sguardo in primo piano, che si trasforma da divertito e rilassato a gonfio di intensità e sentimenti imprigionati, è tra le cose che si portano a casa con più gioia all’uscita dalla sala. Lanthimos si diverte e fa divertire, dando alla narrazione un passo incalzante, con colpi di scena a ritmo di musica, da Bach e Vivaldi (perfetta per i sentimenti) a Didascalies di Luc Perrier e alle sperimentazioni di Anna Meredith (sublimi per descrivere pathos crescente e scenari da duello). Sandy Powell, già vincitrice di tre premi Oscar per Shakespeare in LoveThe Aviator e The Young Victoria, crea abiti liberati dai troppi dettagli dell’epoca, celebrando una silhouette libera, e sceglie un raffinato bianco e nero per quasi tutti i look (con un nero che diventa man mano sempre più bianco per Abigail, in linea con la sua scalata sociale “il bianco è per le persone ricche”). I tagli degli abiti seguono le linee di una volta ma i tessuti parlano anche loro un linguaggio contemporaneo, basti pensare che la maggior parte dei corsetti sono stati creati da vecchi jeans.

La favorita

Tre donne complesse, intelligenti, a tratti orrende, ne La Favorita le femmine sono protagoniste indiscusse della scena, della storia e degli umori di palazzo. Gli stessi personaggi maschili, di poco spessore a confronto e spesso fastidiosi, sono ritratti in una veste più femminile, con parrucche, cipria e rossetto, e si muovono nei corridoi bui bramosi anch’essi della loro fetta di eros e potere.

Raramente troviamo inquadrature ortogonali, osserviamo dall’alto o dal basso (come conigli?) con panoramiche a schiaffo e un uso sfrenato del grandangolo che accentua la solitudine dei personaggi, minuscoli in ambienti enormi, e rende omaggio all’arte fiamminga che nei dipinti utilizzava l’espediente dello specchio convesso per deformare lo spazio. Una nota storica stavolta ma anche un modo per “dare spazio” (in tutti sensi) alla riflessione che più stava a cuore a Lanthimos e Tony McNamara e che ha poco a che vedere con la storia: come gli umori e i comportamenti di pochi possano cambiare le sorti di una moltitudine. Come il piccolo influenzi il grande. Le gelosie a palazzo modificheranno le sorti della guerra e del paese, non è questo già di per sé eccezionale? Ogni nostra minima azione e pensiero modificano un disegno più grande. Cosa vuol dire essere la favorita o una delle favorite? Cosa vuol dire mantenere questo privilegio e cosa succede quando ci viene tolto? Non è forse una condizione che tocca tutti, nessun escluso, perché tutti a nostro modo abbiamo provato e proveremo ad essere i favoriti di qualcuno? Soffrendo o compiacendoci, per amore, per ego, per prestigio o crescita. Tutti noi abbiamo dei favoriti, ma cosa significa questo se aumentiamo il raggio di osservazione e come ci condizionano? La corte di Anna Stuart dunque è uno spazio generico che potrebbe essere ogni luogo, ogni gruppo, in qualunque tempo. Lanthimos come sempre non dà risposte ma spunti di riflessione, questa volta facendoci finalmente divertire.

La favorita

La Favorita è un racconto universale, in cui tutto si mescola, sentimenti nobili e meschini, verità e menzogna, ascesa e declino, in cui ogni cosa cambia per poi tornare come prima e cambiare di nuovo: essere i favoriti di qualcuno è una condizione che va e viene, una conquista provvisoria, perché il potere logora, è faticoso da mantenere, e alla fine schiaccia riportando tutti al proprio posto, come conigli.

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