Ladri di biciclette di Vittorio De Sica in versione restaurata. Il meraviglioso nascosto tra le pieghe del quotidiano.

Dopo Gli uccelli di Sir Alfred Hitchcock e prima di Jules et Jim di François Truffaut (uscita prevista il 4 marzo), grazie al restauro dell’amata Cineteca di Bologna e al progetto Il Cinema Ritrovato, esce oggi nelle sale (per tre giorni) Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, capolavoro e archetipo neorealista sceneggiato da Cesare Zavattini e tratto da un romanzo di Luigi Bartolini.

Ladri di biciclette

Seguendo le intenzioni dei due autori di raccontare il meraviglioso nascosto tra le pieghe del quotidiano, le avventure di uomini “anonimi”, che diventerà struttura portante dell’intero Neorealismo, la vicenda narrata attinge da un banale episodio della quotidianità: il furto di una bicicletta. Nel 1948 Antonio (Lamberto Maggiorani) durante il primo giorno di lavoro come attacchino viene derubato del suo unico mezzo di trasporto, che rappresenta per lui sia una fonte di sostentamento sia una ipotesi, incerta, di futuro. Nella sua penosa ricerca della bicicletta in compagnia del figlio Bruno (Enzo Staiola), Piazza Vittorio, Porta Portese, l’intera Roma (più che i suoi abitanti) si erge a terza protagonista e sembra sopperire, per poco, all’indifferenza silenziosa di chi avrebbe dovuto aiutarli per legge, le forze dell’ordine o per umana compassione, i pochi amici e le dame di carità.

Gli ambienti in cui si muovono padre e figlio sembrano collocarli tra le “cose” senza reificarli, ma riconoscendo ai due concretezza e oggettività, e dando a quelle cose, a quei pezzi di bicicletta che caratterizzano l’universo inanimato del mercato di Piazza Vittorio, un afflato di vita, un’umanità non pervenuta sulla carne viva di chi li circonda. Da una parte, c’è la gente, l’uomo e il suo brusìo ininterrotto, i volti raffigurati nei manifesti (Antonio sta affiggendo la locandina di Gilda, il film del 1946 interpretato da Rita Hayworth, che vedremo più volte citato in futuro come immagina gravida, inconsapevolmente o meno, di un certo dualismo, penso a “Mulholland Drive” di David Lynch); dall’altra, c’è la città con le sue strade, i suoi vicoli percorsi da Antonio e Bruno, i quali sembrano compiere un viaggio attraverso la disintegrazione dell’umano (poco dopo la fine della guerra) in una riappropriazione di sé e di una nuova fiducia, diversa, dolorosa.

Ladri di biciclette

Ladri di biciclette esce sugli schermi italiani nel 1949: la realtà sociale appare fortemente disgregata, precaria. È precario lo spazio abitativo, la comunità, ognuno sembra farsi carico della soddisfazione dei propri bisogni e il cinema racconta questo nuovo individualismo, non è cinema di evasione, ma di occasione, si nutre di responsabilità e si impegna a gettare luce sulle vicende umane colte nel loro svolgimento (Roma città apertaPaisà di Roberto Rossellini, poi sempre con la coppia Zavattini/De Sica Sciuscià, Umberto D., La terra trema di Luchino Visconti) in una temporalità attaccata al presente “come sudore sulla pelle”, scrive Zavattini e arricchita di senso dall’intervento degli autori, che hanno influenzato per sempre il cinema e la letteratura del futuro.

Le zone morte del reale sostituiscono l’eccezionale, in una lingua più immediata e dialettale che si fa anche scoperta del tessuto storico, culturale, sociale dell’intero paese. La verità inventa nuovi canoni di bellezza, diventa quasi un sentimento vivo che non si avvale tanto della gestualità dei personaggi, ma si fa parca di retorica, più nuda, essenziale. L’attore va verso una naturalezza e una umanità così realistiche da essere quasi impietose, non a caso gli attori scelti sono spesso non professionisti (il produttore americano di “Via col vento”, David O. Selznick, si offrì di produrre Ladri di biciclette a patto che il protagonista fosse Cary Grant. De Sica non accettò e scelse di produrre, anche in parte autonomamente, il film).

Ladri di biciclette

Molto importanti sono anche gli incontri che Antonio e Bruno faranno lungo la strada, in apparenza casuali e insensati, ma che nascondono al loro interno una imprevedibilità ricamata da Vittorio De Sica, un suo studio sulla fortuità che anticipa le nostre decisioni e, in qualche modo, le determina; penso all’episodio dei preti e chiudo con un aneddoto riguardante Sergio Leone. Giovanissimo nel film e alla sua prima esperienza cinematografica, Leone scrisse: “Eravamo a Porta Portese per girare la sequenza in cui il padre del bambino vaga per trovare la bicicletta quando De Sica a un tratto disse: “Ah, qui mi piacerebbe vedere una compagine di dieci, quindici preti rossi, quelli della Propaganda Fides. È venuto a piovere e vorrei approfittare di queste luci stupende”. Sospese il lavoro e l’indomani si girò la scena favolosa anche dal punto di vista coreografico dei pretini che, sorpresi dall’acquazzone, si rifugiano sotto un cornicione. Ecco, io ero uno dei preti rossi, impegnati nella conversazione, conversazione che in realtà consisteva nel recitare numeri perchè il tedesco non lo parlavamo”.

Il film Ladri di biciclette ha vinto l’Oscar come Miglior Film Straniero nel 1949, candidato anche per la Sceneggiatura e il Nastro d’Argento nello stesso anno per film, soggetto, regia, sceneggiatura, fotografia, musica.

/// il trailer ///

 

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