Lady Bird. Quella lacrima di ombretto è una maschera che si stampa nel cuore.

Forte di due Golden Globe (miglior film commedia e migliore attrice in un film commedia) e di ben 5 nomination agli Oscar nelle principali categorie, l’esordio alla regia di Greta Gerwig può essere senz’altro considerato come la grande rivelazione della stagione. Il film sarà nelle sale italiane a partire dal 1 marzo.

 

lady bird

 

Frances Halladay aveva un nome che stava un po’ stretto nella finestrella della cassetta postale e fu così che, piegando il bigliettino su cui lo aveva scritto, nacque “Frances Ha”, la ballerina ventisettenne che cercava la propria strada in una New York troppo grande per lei e, probabilmente, il personaggio più bello della filmografia da attrice di Greta Gerwig.

La Greta regista riparte proprio da lì, da una ragazza all’ultimo anno di liceo a cui il nome di battesimo, Christine, sta troppo stretto e che da tutti vuole farsi chiamare “Lady Bird”, come quei disegni, che nessuno sembra apprezzare, in cui sovrappone teste di uccello a corpi di donna o viceversa. In realtà a Lady Bird sta stretto non solo il nome, ma tutta la sua storia di ragazza cresciuta sul lato povero dei binari della noiosa Sacramento. Ora però Lady Bird si sente pronta a spiccare il volo e sogna l’ammissione in un’università della costa orientale, magari proprio a New York.

Il film ha un carattere apertamente autobiografico, Greta Gerwig è nata a Sacramento e la scelta di collocare la narrazione nel 2002, fa coincidere l’età di Lady Bird con quella che aveva la stessa Gerwig all’indomani dell’11 settembre. L’eco di quel momento storico è presente anche nel film: dalle televisioni arrivano le notizie dell’attacco portato dai soldati americani all’Iraq e quando l’amica Julie le chiede come la metterebbe con il terrorismo se dovesse andare a vivere a New York, Lady Bird le risponde in modo categorico: “non fare la repubblicana!”.

Il cuore pulsante del film sta nello struggente rapporto tra madre e figlia. Lady Bird è una ragazza ribelle e sognatrice, sua madre Marion è invece una donna pragmatica, ossessionata dalle difficoltà economiche in cui versa la famiglia. Le sue parole arrivano puntuali a tarpare le ali di una ragazza che non ha nessuna voglia di restare coi piedi per terra. Anche leggere un libro a letto è, nell’austera concezione della madre, un lusso che possono permettersi solo i ricchi. Il conflitto, molto spesso incentrato sul desiderio di emancipazione culturale della ragazza, trova il suo apice proprio nella scelta dell’università a cui iscriversi, la madre non è abituata a guardare lontano e tutto cio che riesce a concepire è solo un college a mezz’ora da casa. Lady Bird riconosce però alla madre il ruolo di guida soprattutto quando c’è da parlare delle prime esperienze sessuali e sono quelli i momenti in cui Marion risponde sempre: “presente”. I continui litigi nascondono un profondo amore tra loro ma nessuna delle due sembra essere in grado di dichiararlo apertamente all’altra.

In questo scenario si inserisce la meravigliosa figura del padre (Tracy Letts che in questi giorni è sugli schermi anche con “The post”). Chi asserisce che questo è un racconto interamente declinato al femminile certamente fa un torto alla delicatezza del suo personaggio. Larry è l’autentico collante della famiglia, è sempre pronto a fare da paciere e a dispensare sorrisi ed incoraggiamenti alla figlia nonostante il pesante fardello della disoccupazione e della depressione che da anni prova a combattere con quei flaconi di pillole che nasconde in un armadietto (significativa è la scena in cui si ritrova allo stesso colloquio di lavoro a cui partecipa l’altro figlio Miguel) .

La scuola, l’amicizia, l’amore sono punti fermi nel percorso formativo di ogni adolescente, né fa eccezione in tal senso Lady Bird che trova nel liceo cattolico che frequenta il terreno più fertile per esprimere il suo spirito critico e la sua vocazione al dissenso. A volte sembra che la frattura con gli educatori possa farsi insanabile, ma tutti hanno una naturale comprensione verso Lady Bird, perchè nessuno intravede in lei una vera e propria malizia (formidabili per ironia ed umanità le figure della suora Sarah Joan e di padre Leviatch). L’unica volta in cui rischiamo di non volerle bene è quando, per un attimo, si fa opportunista preferendo la bella e ricca Jenna all’amica del cuore Julie, cicciottella e un po’ infantile. Nonostante le sue insicurezze è in amore che riesce a dare il meglio di sé uscendo dalla storia con due ragazzi molto diversi tra loro con grande maturità e fierezza (l’abbraccio a Danny che le chiede di non svelare il “loro” segreto è una delle espressioni più tenere di una ragazza che ha tanto cuore ma si fa notare soprattutto per la sua lingua tagliente).

I suoi due fidanzatini hanno il volto di Lucas Hedges, splendido protagonista di “Manchester by the sea”, e di Timothèe Chalamet, che si è conquistata la nomination agli Oscar grazie all’interpretazione di Elio in “Chiamami col tuo nome”. Nomination agli Oscar che hanno giustamente premiato anche le meravigliose interpretazioni di madre e figlia: Laurie Metcalf nei panni di Marion e l’astro nascente del cinema inglese Saorsie Ronan (già nominata due anni fa per “Brooklyn”) in quelli di Lady Bird che spicca nella prima parte del film con un gesso rosa al braccio destro (divertente e drammatico allo stesso tempo il modo in cui si fa male). La regia di Greta Gerwig è pulita, dirige con sicurezza gli attori evitando di trasformare la Ronan in un suo clone e non ha bisogno di particolari soluzioni visive per portare a casa un film pieno di sentimento che sa collocarsi nella migliore tradizione del cinema indie. E’ per questo che, pur avendo amato molto quest’opera, restiamo piuttosto sorpresi davanti alla nomination alla Gerwig per la migliore regia (quinta donna a riuscirci nella storia degli Academy Awards) in una cinquina in cui pesa l’assenza di Steven Spielberg. Alla Gerwig, in questo caso meritatamente, è andata anche la candidatura per la migliore sceneggiatura originale.

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Il confronto con il cinema di Noah Baumbach ci sembra inevitabile. Alla luce di questa prima regia della Gerwig si rafforza la convinzione che il cinema del regista newyorkese possa essere distinto in maschile e femminile, quello più verboso e cerebrale con Ben Stiller e quello più tenero ed istintivo con Greta Gerwig. E’ ora più evidente che il secondo risenta in maniera importante della mano della Gerwig che con Baumbach ne firma le sceneggiature.

Frances Ha e la Brooke di Mistress America probabilmente ai tempi del liceo si facevano chiamare anche loro Lady Bird e quella lacrima di ombretto che riga il viso di Christine fuori ad una chiesa di New York è la maschera di una ragazzina che si sta facendo donna.

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