Pillole di fuoridicinema. The Farewell

Uno status su facebook uscito troppo lungo – e poi cancellato – è diventato una pillola per fuoridicinema. Ieri sera ho visto Tolo Tolo e qualche pacca sulla spalla a Zalone gliela manderò nei sogni. Ma non so perché, appena rientrata mi è venuta una matta voglia di scrivere qualcosa su questo film qua, The Farewell, di Lulu Wang (Posthumous, 2014), adesso nei più fortunati cinema.

Nasce da un’esperienza vissuta davvero dalla regista, da una bugia vera (an actual lie) anche se in Italia è diventata una bugia buona: completamente altro significato ma vabbé da noi si usa così, non puoi chiedere ad un pesce di arrampicarsi sugli alberi.

Insomma di The Farewell me ne sono pazzamente innamorata a Londra mesi fa, ma alla seconda visione tra un Garrone e l’altro, anche se deturpata dal grossolano doppiaggio, ho avuto la certezza che quel giorno non era stato semplicemente un ottimo giorno per andare al cinema, no. Questo film si è guadagnato un posto in valigia. Sì, quando ti chiedono “Se potessi portare solo 15 film con te su un’isola deserta, quale porteresti?“, bisogna avere una lista pronta. Io l’ho aggiornata ora. The Farewell ha la leggerezza e la grazia di una sera di fine maggio a Firenze pur raccontando un gelido e ventoso pomeriggio di gennaio, rianima le emozioni senza forzarle, alterna lo strazio dell’addio ai piaceri dello stare insieme. Cucinare, mangiare, ubriacarsi, cantare, muoversi in lunghi corridoi, o per strada con ombrelli colorati, purché sempre – o quasi – si stia insieme, come un esercito del bene che si fa carico di un dolore che non tutti devono sapere. E infatti i meravigliosi protagonisti – occhio alla sosia orientale di Pedro Almodovar, dai capelli bianchi come il latte – sono tutti un po’ storti e ingobbiti da questo peso invisibile, tranne lei, nonna Nai Nai, dritta dritta, che non sapendo di essere malata è l’unica a comportarsi da viva. Che bella sua nipote Billi, i cui comportamenti ho sentito così affini. Che gioiello questo film, che regista Lulu Wang, che attrice Awkwafina, quanti che! The Farewell è un balletto dolce e amaro, una drammedia che ruba sorrisi e lacrime e sa scavare senza graffiare, un affresco sospeso tra una Cina in costruzione e un’America sognata. Tutto il film è in effetti una sospensione, tra il paese d’origine e quello di adozione, tra il cosa è giusto e cosa è sbagliato, tra il dire e il non dire, tra la bugia e la verità, tra il lieto fine che sempre vorresti e la realtà a cui dovresti arrenderti, tra tenerezza e malinconia. E quel Killing me softly al Karaoke? Dettagli sartoriali, come tutte le musiche-cori di angeli-e-non, scelte (Alex Weston).

 

Per qualche ragione che non so ancora descrivere bene, ma ci sto lavorando, (forse per il viaggio attraverso diverse culture che entrambi ci regalano? Le città che si muovono viste da dentro una maccchina che arriva e riparte? Forse per la poesia e la gentilezza dei toni? Non sarà mica la scena del Karaoke!) e senza paragonarli, The Farewell ha risvegliato in me sentimenti simili a quelli generati da Lost In Translation di Sofia Coppola che era già in valigia dal 2003. Entrambi i film sono di registe donne, nascono da uno stesso tipo di sguardo, da una stessa passione per la sensibilità. E si concludono con il gesto più necessario al mondo, un abbraccio, che però in entrambi sembra essere il più difficile, quello prima di lasciarsi, col pensiero che forse non ce ne sarà un altro.

 

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