Roma. Un capolavoro in tre scatti

L’opera di Alfonso Cuaron, già Leone d’Oro a Venezia 75 e fresca vincitrice del Golden Globe come miglior film straniero, è un susseguirsi di meravigliose fotografie che verrebbe voglia di incorniciare ed appendere alle pareti della nostra memoria cinematografica. Io ne ho scelte tre e partendo da esse ho provato a ripercorrere la lunga distanza che, nel film, separa  l’universo femminile da quello maschile (adulto).

Scatto I – Integrazione e disintegrazione

Antonio, è un medico, partecipa a convegni in giro per il mondo e per questo è spesso lontano da casa. O almeno così dice. Il suo ritorno è sempre motivo di festa per i quattro figli (e per il cane) che gli saltano al collo appena scende dall’auto. Un divertente programma televisivo (Cuaron ricostruisce nei minimi dettagli gli anni della sua infanzia) può essere l’occasione per tornare a stare tutti insieme felici e spensierati. O almeno così sembra. La composizione degli abbracci è scultorea e questo è solo il primo di tanti momenti in cui Cuaron costruisce attraverso gli abbracci scene di memorabile bellezza. C’è un momento in cui tutti sorridono, solo Tono, il figlio più grande, è fuori dall’inquadratura sulla poltrona accanto al divano, ma le sue risate fanno parte di quello stesso coro e pochi attimi dopo la camera, seguendo i movimenti di Cleo, raggiunge anche lui. Cleo, che pure sta svolgendo il suo lavoro servendo cibo e bevande ai padroni di casa domina la scena. Ostenta serenità fino al punto di sentirsi libera di inginocchiarsi tra il divano e la poltrona, tra Paco e Tono, e godersi il divertimento insieme alla “sua” famiglia. E’ una carezza al cuore il momento in cui Paco le cinge il braccio intorno al collo e si chiude con lei in un abbraccio che ha la stessa tenerezza di quello che i fratelli più piccoli condividono con i genitori. La signora Sofia le chiede di preparare una tisana al marito, ma Paco protesta e vuole che Cleo resti chiusa in quell’abbraccio. C’è, in questo muoversi e in questo dire del ragazzo, uno dei primi germi (narrativi) dell’integrazione che quella famiglia medio-borghese sta attuando nei confronti  della giovane indigena. L’integrazione di una persona di diverso ceto sociale all’interno della famiglia trova però la sua antitesi nella disintegrazione della famiglia stessa che sta per compiersi da lì a poco. O forse si è già compiuta prima di questa messinscena. Antonio è distante dalla figura di uomo gretto e violento (evidentemente molto diffusa nel Messico di quegli anni), ma i suoi comportamenti, fatti di menzogne e indifferenza, lo rendono ugualmente meschino. Quando Cuaron lo metterà di nuovo sulla nostra strada e su quella dei suoi figli gli stamperà in faccia ancora un sorriso, ma la sua risata stavolta ci sembrerà sguaiata e sancirà definitivamente la sua volontà di non essere più parte di quella famiglia.

Scatto II – Quando la banda passò

La casa ha una sua naturale estensione nel cortile che funge da parcheggio delle autovetture di famiglia (le manovre per accedervi sono un rito descritto con bella dose di dettagli e di  suspance) ed in quel tratto di strada che sta proprio davanti al loro portone d’ingresso. Le partenze e gli arrivi non sono mai un semplice uscire e rientrare in casa, ma si fanno tappe fondamentali della vita familiare. Cuaron sceglie perciò di suggellare questi momenti con un elemento che tradizionalmente è emblema delle celebrazioni: la banda musicale. La prima volta che la vediamo comparire è pochi attimi dopo che Sofia ha stretto a sè da tergo suo marito Antonio nel disperato tentativo di mantenere unita la famiglia. Quell’abbraccio carico di disperazione e l’ultimo bacio che ne segue sono momenti struggenti che non scalfiscono la fierezza di una donna che ama ma non mendica amore. Quando la banda compare in fondo al viale l’auto di Antonio è già partita e si sta allontanando fino ad incrociarla ed a costringerla a dividersi in due ali.  Sofia è ancora ferma sulla strada, il carattere festoso di quel suono stride profondamente con il suo stato d’animo, ma è foriero di un cambiamento cui servirà un lungo percorso per dirsi realizzato. Cuaron semina indizi che lo spettatore potrà cogliere solo alla fine del film quando la banda tornerà a sfilare proprio lungo quel tratto di strada.

Scatto III – Amor es …

El halconazo è il termine con cui in Messico si ricordano i tragici accadimenti  del 10 giugno 1971, il giorno del massacro del Corpus Domini, quello in cui oltre cento studenti che manifestavano contro le privatizzazioni nella scuola e nell’università furono uccisi da gruppi paramilitari composti da los halcones (i falchi), giovani bruti e violenti addestrati alle tattiche marziali ed utilizzati dal governo del presidente Luis Echeverria per soffocare ogni forma di dissenso. In Roma di Cuaron il dramma civile di un intero paese trova il suo riflesso nel dramma privato della giovane domestica di origine mixteca. Cleo è uscita di casa con la signora Teresa (la madre di Sofia) per andare ad acquistare la culla per il bimbo che sta per mettere al mondo. Le due donne si trovano proprio all’interno del magazzino quando in strada esplodono gli scontri, tanto violenti da sconfinare persino all’interno del negozio che, sotto gli occhi terrorizzati di Cleo e Teresa, diventa teatro di un’efferata esecuzione. E mentre sullo sfondo si consuma questa barbarie Cuaron sceglie di mettere in primo piano una pistola che sembra puntata proprio verso le due donne, poi lentamente allarga l’inquadratura e ci racconta che ad impugnarla è Fermin, il padre della creatura che Cleo porta in grembo, quel ragazzo uscito da un cinema e dalla sua vita nel più meschino dei modi quando la ragazza gli ha rivelato di essere incinta. Gli occhi cadono immediatamente sulla maglietta di Fermin, su cui, con tono beffardo, appare la scritta “Amor es” e, sotto di essa, il disegno di un grande cuore con due fidanzatini che si tengono stretti al suo interno. Che Amor sia Roma letto al contrario (e viceversa) non sembra essere affatto un caso. La tragedia privata si compirà qualche minuto più tardi ma questa scena ne è il terribile preludio con l’atroce paradosso di un uomo che, prima ancora che possa prendere forma, spezza la vita che lui stesso ha creato. Un uomo che nella composizione scenica realizzata da Cuaron si frappone come ostacolo tra la ragazza incinta e quella culla che stava per acquistare, impedendo di fatto che le loro strade si possano mai più incontrare. Non può mancare, a chiusura dell’intera scena, l’elemento vitale che più di tutti caratterizza il cinema di Cuaron: l’acqua, che scorrendo sul pavimento apre alla meraviglia del film e che, con la potente scena del mare, sigilla la coesione di una famiglia fondata sulla forza delle donne, in questa circostanza, tornando a scorrere sul pavimento, si fa invece elemento di rottura con la vita.

/// il trailer ///

 

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