Shooting the Mafia, gli anni bui di Palermo illuminati dalla profondità del campo di Battaglia

LETIZIA CHE SCATTA E SPARA.

 

Dopo la presentazione al Sundance e alla Berlinale, ho avuto la fortuna di vedere al London Film Festival 2019, in anticipo di un paio di mesi rispetto all’uscita in Italia, il bel documentario “Shooting the Mafia” di Kim Longinotto (Shinjuku Boys 1995, Divorce Iranian Style 1998, Sisters in Law 2005, Salma 2013), regista britannica da sempre attenta all’universo femminile.

Ritratto di Letizia Battaglia

Nota. Userò la parola ‘campo‘ tante volte.

Circa una ventina i suoi documentari sulle donne, donne ai margini della società, donne oppresse e vittime di discriminazione, donne che lottano per far rispettare i propri diritti, donne coraggiose che alzano la testa e ci accompagnano avanti. Nella sua appassionata attenzione verso questo genere di silenziose eroine della quotidianità, non poteva sfuggirle una donna come Letizia Battaglia, la fotografa palermitana che tutti chiamano, con raccapriccio della stessa, ‘la fotografa della mafia’ (certo, perché è molto altro ancora).

Ero a Corleone”, dice la Longinotto “e dopo aver visto una mostra fotografica di Letizia Battaglia, ho capito che volevo incontrarla.”

È affascinata da questa donna minuta e coraggiosa Kim, e quando la sentiamo parlare sembra davvero esserle grata, per ragioni facili da comprendere ma anche per motivi personali: non solo ha sfidato mafia e potere ma, come lei, Letizia ha anteposto sé stessa, il suo lavoro e la propria libertà agli obblighi di una vita familiare – marito e figlie – e alle imposizioni di una società fatta dagli uomini, ancora restia a riconoscere  eguali diritti e eguali possibilità alle donne. Essere grate ad una Letizia che non è mai riuscita ad accontentarsi del ruolo di moglie e madre, in tempi in cui per le donne non erano stati ancora inventati altri ruoli: potremmo forse definirla questa la sua prima Battaglia”.

Letizia Battaglia in Shooting the Mafia

A still from Shooting the Mafia by Kim Longinotto, an official selection of the World Cinema Documentary Competition at the 2019 Sundance Film Festival. Courtesy of Sundance Institute.

La collaborazione con il giornale L’Ora e l’incontro con la mafia.

Shooting The Mafia vuole ripercorrere una vita incredibile attraverso un’opera fotografica in bianco e nero che toglie il fiato. Tuttavia, fin dal bellissimo titolo ci è chiaro che la Mafia è co-protagonista dei 97 minuti di lunghezza del film, ma soprattutto dei 19 anni (dal 1973 al 1992) di omicidi e morti ammazzati per le strade di Palermo.

Dopo i suoi tre anni milanesi, nel 1974 Letizia Battaglia torna in Sicilia e diventa la prima donna in Italia ad essere assunta come fotografa da un giornale, L’Ora di Palermo, il quotidiano impegnato nelle battaglie contro Cosa Nostra che resterà attivo fino al 1992. Il suo ingresso nel giornale coincide con lo scoppiare delle violenze e dei brutali omicidi, che sarebbero sfociati venti anni dopo negli attentati di Falcone e Borsellino, ma che all’inizio erano inspiegabili: “La cosa più terribile era che nessuno sapeva cosa stesse accadendo. C’erano giornate in cui avvenivano più omicidi, una volta sette, tutti nello stesso posto, e una chiamata dal giornale ci ordinava correte.” Il primo omicidio avviene al suo terzo giorno di lavoro.

Foto di Letizia Battaglia

Le foto sono spesso concitate, “si fotografa quello che si può” senza scegliere, cercando di farsi spazio e guadagnarsi il rispetto, unica donna tra uomini.
Doveva avvicinarsi alle vittime e al dolore, perché il grandangolo della sua Pentax K1000 le imponeva di vagliare una certa zona di comfort. Nel documentario si riflette su cosa sia la paura, di fronte ai boss, di fronte a sputi e minacce telefoniche, di fronte alle perdite di persone care e stimate. Vengono i brividi quando racconta l’incontro con Luciano Liggio. “Uscire a fare il proprio lavoro e pensare ogni giorno di essere ammazzata…” spiega Letizia “ci si convive, ci si abitua. Ma non si può avere paura.”

Battaglia alla Mafia, due destini tragicamente connessi.

In Shooting the Mafia, vita privata e vita collettiva si intersecano, si temono, si rincorrono, si affrontano. Il montaggio è intelligente, bella la scelta delle musiche, puntuali quando se ne sente il bisogno e c’è anche Il Cielo in una stanza cantata da Mina. Di grande efficacia l’inserimento di scene di vecchi film italiani per raccontare la prima fase della vita di Letizia, che poi cedono il campo ad immagini che di finzione e sogno non hanno nulla: vecchi TG, interrogatori in tribunale, fotografie, filmati dolorosi e dolorosamente selezionati da Longinotto e dal suo attento team. Durante il Q&A si scusano con un pubblico prevalentemente italiano: “Non sapevamo niente di Falcone e Borsellino e ce ne siamo vergognati, pensavamo che la mafia fosse quella de Il Padrino.”

Giovanni Falcone, foto di Letizia Battaglia

Letizia Battaglia a volte vorrebbe bruciarle certe foto, a volte invece si pente per non averne scattate abbastanza. Ci sono poi le curiosità, Giovanni Falcone ad esempio voleva essere fotografato solo mentre camminava, altrimenti gli avrebbero dato dell’esibizionista in cerca di gloria.

Il boss di Corleone Luciano Liggio, il pentito Buscetta, la strage di Capaci, la cattura di Totò Riina e di Bernardo Provenzano, sono le tappe scelte per la via crucis di Shooting the Mafia. Tappe che, se a noi italiani non raccontano nulla di nuovo in termini di storia, riescono comunque ad emozionarci con una forza sorprendente, facendoci oscillare tra due sospiri, quello collettivo e quello della singola persona.

Man mano che la visione va avanti diventa sempre più evidente il ribaltamento dei giochi di potere: il vero potere non è in mano ai mafiosi, che da codardi sparano nell’ombra e uccidono indifesi, il vero potere appartiene a chi è libero dalla paura. Letizia esce da quei titoli di coda con la falcata di un gigante.

Rosaria Schifani, Foto di Letizia Battaglia

Personalmente sono grata per questo bellissimo documentario e apprezzo che da oltremanica abbiano voluto dare voce a tematiche ‘nostrane’ con grande cura e rispetto.
Ha il sapore di quegli abbracci inattesi di sconosciuti, che fanno sentire meno soli nei grandi dolori. Sono uscita dal cinema profondamente commossa, con la voglia di leggere e ascoltare quanto più possibile su questa donna unica che ha sfidato la cultura del suo tempo e il potere pur rimanendo fedele a sé stessa.
Con una macchina fotografica come arma per difendere la sua Palermo, ferita e bisognosa di cure, ci ricorda chi sono stati i veri eroi e perché la paura è un lusso che a volte non possiamo permetterci. Shooting vuol dire scattare ma anche sparare. La Mafia si scatta, alla Mafia si spara, è il bersaglio. E si fa centro.

Lo consiglio davvero questo film, tra una Silvana Mangano che danza e la vedova Schifani che piange, fa innamorare l’immagine di Letizia Battaglia che cerca la vita nella morte attorno a lei, che fotografa la morte con la vita dentro.

Shooting the Mafia sarà proiettato mercoledì 13 novembre alla 12ª edizione de Lo schermo dell’arte Film Festival 2019 a Firenze, prima di uscire nelle sale italiane dal 1 al 4 dicembre.


Altra Filmografia
La Mafia non è più quella di una volta (Franco Maresco 2019)
Battaglia (Daniela Zanzotto del 2004)
e tante tante interviste interessanti disponibili su YouTube.

TRAILER

Dedico queste righe a Tortorella, perché a 15 anni e con un iconico F10 andavamo da Totò Riina, all’epoca in isolamento al carcere di Marino del Tronto (Ascoli Piceno), per fargli TOHHH Totò con tanto di gesto. Poi scappavamo. Era il nostro dissenso alla mafia, il coraggio di Letizia Battaglia?

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