Styx. Tra l’Ascensione e gli inferi

E’ nelle sale italiane dal 15 novembre Styx, il bellissimo film di produzione tedesca che irrompe sulla scena politica e nei nostri cuori con tutta la sua drammatica attualità, nonostante che il regista austriaco Wolfgang Fischer lo avesse pensato e cominciato a scrivere ben nove anni fa.

 

Raramente era stato tanto lungo l’elenco dei premi, delle candidature e delle dichiarazioni di sostegno che avevano accompagnato l’uscita in sala di un film che affrontava il tema dei diritti umani. E’ però questo il caso di Styx del regista austriaco Wolfgang Fischer che, dopo aver conquistato importanti riconoscimenti alla Berlinale ed aver ottenuto lo Human Rights Film Award che gli sarà consegnato a dicembre a Norimberga, è giunto al secondo posto al Premio Lux del Parlamento Europeo ed è tutt’ora nella cinquina finalista dell’European University Film Award. A pochi giorni dall’uscita italiana è poi arrivato anche il sostegno di Amnesty International, oltre a quello del Goethe Institute.

Gibilterra, è questo il punto di partenza del film e dell’avventura di Rike, una quarantenne tedesca che decide di abbandonare la vita agiata e la professione medica per intraprendere un viaggio in solitaria in barca a vela con direzione Isola dell’Ascensione, l’isola dell’Atlantico meridionale dove il botanico inglese Joseph Hooker, su indicazioni di Charles Darwin, riuscì a creare il primo ecosistema artificiale: ecco la prima metafora di un film che pone domande essenziali sulla capacità di realizzare la coesistenza tra diversi. Ma restiamo ancora un attimo a Gibilterra perchè le prime inquadrature ci mostrano un contesto urbano dominato dalla figura di un animale selvatico, la bertuccia, scene queste che probabilmente rimarranno misteriose allo spettatore, che se avrà voglia di approfondire il rapporto tra la colonia britannica e questo animale potrà scoprire le storie bizzarre e divertenti che vi si nascondono dietro.

Wolfgang Fischer nella prima parte del film ama seminare indizi e procedere con tempi decisamente dilatati. Quasi tutto ciò che ci mostra è specchio della realtà, compresa quella tempesta che dopo pochi giorni di navigazione mette a dura prova la resistenza di Rike, ma anche dell’intera troupe che è a bordo della barca per le riprese. Ma quando il cielo si fa finalmente sgombero di nubi ecco che davanti agli occhi di Rike si presenta il vero turbamento: un grosso peschereccio carico di migranti è sul punto di affondare. Alla vista della sua imbarcazione molti si gettano in acqua sperando di trovare salvezza grazie a lei. Comincia così da parte di Rike una disperata ed insistente richiesta di aiuti alla guardia costiera (siamo presumibilmente in acque maltesi), i numerosi “mayday” si perdono però in assurde lungaggini burocratiche e la disperazione che assale la velista la spinge a fare più di quanto ella stessa possa immaginare di esserne capace.

La seconda parte del film, anch’essa interamente girata in mare aperto, acquista un ritmo più incalzante. La difficile trattativa che Rike è costretta ad imbastire con le autorità costiere si alterna al complesso rapporto che la donna si trova a gestire con quell’unica persona, un adolescente, che è riusciuta a sottrarre al gelo delle acque ed a curare forte della propria conoscenza medica. Quello che ha fatto per uno vorrebbe poterlo fare per tutti e lo stesso Kingsley, il giovane naufrago che ha salvato, non esita a chiederglielo utilizzando il tono dell’imposizione. A questo punto la prospettiva dello spettatore cambia drasticamente e la sua emotività è totalmente coinvolta. Fisher e la sua bravissima interprete Susanne Wolff (che in Italia avevamo già visto in “Tatanka”) ci trascinano, come forse mai prima d’ora in un’esperienza cinematografica, proprio laddove principalmente si consuma la tragedia dei migranti, in mezzo al mare. Questo abbandonare, seppure virtualmente, i nostri confortevoli punti di osservazione ci porta a consapevolezze totalmente nuove, dandoci la misura della nostra impotenza davanti ad una questione tanto drammatica e complessa. Tutto ciò fa di Styx un film sull’assunzione di responsabilità, che però talvolta è costretta a tradursi in qualcosa di diverso da ciò che l’istinto ci suggerisce.

Styx è certamente un film intimo e personale, ma è soprattutto un film di forte valenza politica. Lo stesso regista non fa mistero di volere intendere l’impotenza di una singola persona come l’impotenza di un singolo paese a farsi carico da solo dell’intera gestione dei migranti. Ogni sfumatura del racconto viene tenuta su una sottile linea di confine ed il titolo ha un forte valore simbolico facendo riferimento proprio allo Stige, il fiume dell’odio, che nella mitologia separava il mondo dei vivi da quello dei morti.

Il forte realismo della narrazione è conservato anche grazie all’utilizzo di attori non professionisti che svolgono ognuno nel film quello che è il loro reale ruolo nella vita, è così sia per chi fa soccorso in terra che per chi fa soccorso in mare in due differenti fasi del film che si distinguono per la diversa tempistica di intervento e forse anche per il diverso spirito motivazionale. Un solo attore “professionista” affianca Susanne Wolff, ma la sua storia, quella di Gedion Oduor Wekesa, il giovane keniota che interpreta il ruolo di Kingsley, merita di essere raccontata: proveniente dalle baraccopoli di Nairobi si è formato come attore grazie ad una scuola gestita da una Ong che fa capo al celebre regista tedesco Tom Tykwer, regista di un cult come “Lola corre” e della serie tv “Babylon Berlin”.

Per l’Asa Gray (anche il nome dell’imbarcazione di Rike richiama ad un botanico della corrente darwiniana) l’Ascensione è il sogno, ma gli inferi restano la cruda realtà dei giorni nostri.

 

/// il trailer ///

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