37TFF. Promemoria per il prossimo anno: imparare ad abbandonare una sala

Allora, io faccio parte di quella minoranza che i film non li abbandona (nemmeno i libri, a dir la verità, ma in quel capitolo doloroso non conviene entrare). Non riesco ad alzarmi durante la proiezione, scavalcando le gambe stanche di chi dorme da una quarantina di minuti, uscire dalla sala e respirare a pieni polmoni, boicottando pellicola e senso di colpa. Ho un rapporto complicato con la colpa che mi impedisce di fare tante cose (compresa questa). Le due volte, posso contarle, in cui è accaduto, continuavo a pensare alla superbia (mia) di chi non ha il tempo di perdere tempo e a quel/la povero/a regista che magari proprio negli ultimi venti minuti aveva concentrato la bellezza e il senso. E io me li ero persi entrambi, superba che non sono altro. Ecco, non riesco.

frida viva la vida presentato al torino film festival 2019

Torino film Festival 2019 – Frida Viva la Vida di Giovanni Troilo

Durante questa 37esima edizione del Torino Film Festival 2019 avrei voluto farlo più e più e più volte – e ho visto meno film degli scorsi anni – ovviamente senza riuscirci. Qui una piccola fotografia in movimento di quando la mia ostinazione (“migliora, deve migliorare per forza”) non ha rispettato la volontà delle mie gambe: fin dal primo giorno (il secondo di festival) con il documentario “Frida Viva la Vita” di Giovanni Troilo, presentato nella sezione Festa Mobile. Una litania di novanta minuti, con la voce narrante di Asia Argento, che in un teatro di posa (?) e in inglese (ma perché?) racconta la vita di Frida (che nemmeno Malick in “Voyage of time”, ma lì almeno avevamo Cate Blanchett).

now is everything

Torino Film Festival 2019 – Anthony Hopkins in Now is Everything

E Malick ritorna prepotentemente nel film in concorso “Now is everything” di Riccardo Spinotti e Valentina De Amicis (girato in America con attori del calibro di Anthony Hopkins, che ha già collaborato con Spinotti in un suo precedente cortometraggio). Il film, ispirandosi un po’ troppo esplicitamente proprio a Terrence Malick e a David Lynch (colpo al cuore), nonostante nei ringraziamenti appaiano, tra gli altri, i nomi di Truffaut e Heath Ledger, cui la pellicola è dedicata, si muove attraverso il lungo flusso di coscienza del protagonista, che destruttura realtà e ricordo mettendosi alla ricerca della sua donna scomparsa. Subire il fascino di una trama/non trama del genere è molto semplice, lasciarsi convincere circa la sua autenticità e “naturalezza” è tutta un’altra storia. Tanti nomi grossi, immagini da spot impeccabilmente costruite, parole piazzate qua e là e nobilitate dalla voce di Hopkins ma poco contenuto, per me.

A furia di essere complicati, di non cercare un senso perché è meglio farsi domande che darsi risposte, si rischia di lambire un terreno scivoloso: il ridicolo. E ricordiamoci come il filosofo austriaco Wittgenstein chiude il suo Tractatus: “Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. In un’altra vita in cui amerò i tatuaggi, questa frase la disegnerò sul corpo.

Tommaso Abel Ferrara

Torino film Festival – Willem Defoe in Tommaso di Abel Ferrara

E poi Abel Ferrara con “Tommaso”, questo è il tasto più doloroso di tutti. Willem Dafoe, alla sua quinta collaborazione con il regista, è perfettamente a suo agio nel raccontare la storia di un uomo spezzato (autobiografia di Abel Ferrara, con moglie e figlia che superano l’interpretazione, essendo moglie e figlia anche nella vita). Un uomo spezzato che si muove in una città che non è la sua (Roma, nella quale vivono attualmente entrambi), rovinata com’è rovinato lui. Un uomo in cerca di normalità, che prova a dimenticarsi nelle faccende del quotidiano, a liberarsi delle storture del passato, ma che annaspa nella melma della tranquillità familiare. Vorrebbe, vorrebbe essere davvero quello che deve e che ha promesso, e noi lo sappiamo ma non lo sentiamo. Non lo sentiamo, io non l’ho sentito ed è questo il più grande problema del film. Non ho camminato con lui tra le rovine, quelle che ha dentro, non ho provato a dimenticare chi sono tra gli abiti stirati della vita di ogni giorno, non ho denudato le mie paure durante le riunioni degli alcolisti anonimi, ma ciò che è peggio, non ho sentito lui, ho avuto il corpo freddo lungo tutto l’arco del film e ho sperato che la sua frattura iniziasse lentamente a manifestarsi, come nella pratica giapponese del kintsugi, in cui ciò che è rotto non va ricomposto, bensì valorizzato con l’oro, reso manifesto, ricordato. E qui le venature d’oro sul corpo di Willem/Abel non si vedono, le crepe pur sbandierate, restano invisibili e si rischia di uscire dalla sala con una amarezza fredda, da occasione persa.

vincitore del Torino film festival 2019

Il vincitore del Torino Film Festival 2019 – A White White Day di Hlynur Palmason

Arriviamo così al vincitore del Festival “A White White Day” di Hlynur Palmason, già presentato a Cannes e al Toronto International Film Festival. Questo film ha una prima e un’ultima scena bellissime, come l’Islanda che racconta in pellicola; una ripetitività da rituale negli ambienti e nei gesti del protagonista, un poliziotto che vive il lutto della moglie e la scoperta tardiva dei suoi tradimenti, che solitamente amo, come amo le ossessioni e la morbosità di certi gesti. Anche qui si fanno amare nella prima mezz’ora e negli ultimi minuti. E in mezzo c’è la noia, posso dirlo? Noioso. Ho dovuto fare una violenza alle mie palpebre per tenerle aperte e solo con l’ultima scena mi hanno ringraziato, nemmeno così convinte. Non è il film peggiore che abbia visto in questi nove giorni, ma senza dubbio non il migliore. Qual è, dunque, quel film che mi ha fatto applaudire con forza, gioire sensi, palpebre, gambe, morale? Quel film che non finirà nel triste dimenticatoio della memoria?

dio è donna e si chiama petrunya

Torino Film Festival 2019 – Dio è donna e si chiama Petrunya

Ce n’è uno: “Dio è donna e si chiama Petrunya” (titolo inglese “God exists, her name is Petrunya”) della regista macedone Teona Strugar Mitevska, già presentato in concorso alla Berlinale 2019, vincitore del Premio cinematografico Lux 2019 del Parlamento Europeo e Premio della critica araba per i film europei. In uscita nelle sale italiane il 12 dicembre con Teodora Film (prendete nota), il film si apre molto bene, come il vincitore e prosegue anche meglio: nella prima scena una donna viene ripresa dall’alto in una grande piscina, ma non al suo interno bensì all’esterno, quasi a sorvegliarla senza potervi entrare. Una musica rock a volume altissimo stride con l’immagine di questa donna grossa, pesante, immobile e sembra raccontare tutto quello che le accade dentro, i suoi pensieri attorcigliati e pesanti come lei, anticipare un significato che invece la forma, la fissità e gli occhi gelidi paiono contraddire. La donna si chiama Petrunya, è una trentaduenne laureata in Storia, disoccupata e perennemente in cerca di lavoro. È proprio questa sua laurea, a mio avviso, il centro attorno al quale ruota tutta la narrazione: Petrunya conosce la storia, può sorvegliarla (come la piscina), ma non può entrarvi, farne parte, essere presente, nonostante la sua ingombrante fisicità. Accade poi che il 19 gennaio, il giorno dell’Epifania nella Macedonia ortodossa, come da tradizione, si getti nel fiume del paese una piccola croce in legno e gli uomini, tuffandosi, cerchino di afferrarla, come a purificarsi e a compiere un sacrificio nel nome di Dio. Gli uomini si denudano prima di tuffarsi, Petrunya, invece, completamente vestita, si tuffa in acqua e prende la croce – un fatto di cronaca accaduto nel 2014 a Stip, piccola città della Macedonia del Nord – facendosi pietra dello scandalo.

dio è donna e si chiama petrunya

Torino Film Festival 2019 – Dio è donna e si chiama Petrunya

Non è una purificazione quella di Petrunya, che sceglie di non togliersi gli abiti, ma un’affermazione vera e propria. Nessuna donna prima di allora lo aveva fatto, nessuna tradizione poteva essere violata in quel modo e Petrunya non si siede sulla pietra gridando ad alta voce: “Cedo bona” ed estinguendo la propria colpa, ma diviene lei stessa pietra, croce, immagine quasi comica di una vita nuova, che si muove dalla consapevolezza del proprio essere nel mondo, esattamente come gli altri, gli uomini. Petrunya rimane aggrappata per tutto il film alla croce e noi aggrappati a lei, prendendo coraggio da questa donna buffa interpretata magnificamente da Zorica Nusheva, alla sua prima prova attoriale e usciamo dalla sala come dovremmo uscirne sempre: un po’ diversi, un po’ più forti e lucidi, anche se per poche ore.

Il film esce il 12 dicembre, speriamo che con il festival del prossimo anno possa consigliarvi qualcosa in più, film forti come Petrunya.

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