Tre volti. E una guida morale.

E’ arrivato al cinema lo scorso 6 dicembre Tre volti, il nuovo film di Jafar Panahi premiato a Cannes, ex aequo con Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher, per la migliore sceneggiatura. Impossibilitato a lasciare l’Iran, il premio è stato ritirato dalla figlia Solmaz che in questi anni ha sempre reso possibile che i film del padre arrivassero all’estero.

tre volti

Da quando, nel 2010, a Jafar Panahi è stato vietato di uscire dal proprio paese e di realizzare film, la sua arte è come se avesse trovato una nuova forma espressiva. Panahi, quasi a simboleggiare lo stato di detenzione che diverse volte per lui si è concretizzato con il carcere, ha scelto l’abitacolo di un’autovettura come suo nuovo punto di osservazione della società iraniana. In “Taxi Teheran” (Orso d’oro a Berlino nel 2015) si era improvvisato tassista accogliendo a bordo della sua autovettura un’umanità variegata che si era rivelata ottima narratrice di ciò che accadeva tra le strade della capitale. Per questo nuovo progetto Panahi sceglie la strada di un racconto più articolato e narrativamente più solido, si allontana da Teheran per farci conoscere i villaggi del nord-ovest (uno addirittura turcofono), ma non rinuncia al suo ormai prediletto punto di osservazione. A bordo di un fuoristrada lo vediamo questa volta percorrere lo stretto e dissestato sentiero che collega tra loro tre villaggi.

Il suo cinema ha sempre mostrato grande attenzione verso l’universo femminile e quell’universo lo ha ripagato conducendolo fino al Leone d’Oro a Venezia nel 2000 con “Il cerchio“, splendido incrocio di 8 storie di donne, e all’Orso d’Argento a Berlino nel 2006 con “Offside”, racconto delle giovani tifose tenute fuori dallo stadio e poste in stato di fermo prima dello spareggio per la qualificazione ai mondiali di calcio che la nazionale iraniana si accingeva a giocare contro il Bahrain. Con “Tre volti” Panahi torna ad esplorare la condizione femminile e lo fa andando ad indagare il mondo che più gli appartiene, quello del cinema ed in particolare quello delle attrici.

I tre volti del titolo alludono a tre diverse generazioni di attrici e attraverso loro ad una diffusa concezione negativa che la società iraniana ha delle donne che intendono esprimersi attraverso la recitazione. Le sue opere ormai mescolano abilmente realtà e finzione e risulta sempre più difficile per lo spettatore riconoscerne il confine. I tre villaggi attraversati sono esattamente quelli in cui affondano le sue radici: c’è il villaggio dove è nato il padre, quello dove è nata la madre e quello dove sono nati i suoi nonni ed è tramite l’incontro con gli uomini e le donne che abitano quelle terre che Panahi ci porta a conoscenza di una cultura-non cultura che persiste da sempre e che influenza drammaticamente la vita di chi ha ambizioni diverse da quelle che le sono consentite dalla famiglia e dalla comunità di appartenenza.

Accade per questo che un giorno Marziyeh, una giovane aspirante attrice appena ammessa all’Accademia, sentendosi le ali tarpate decide di farla finita o almeno è questo l’allarme che lancia attraverso un video girato con il cellulare che, grazie a Telegram (sottovoce ci suggerisce persino una riflessione sull’uso dei social nel suo paese), riesce a far arrivare fino a Behnaz Jafari, attrice molto popolare in Iran (anche nella realtà) per la sua partecipazione a numerosi film e serie tv. La donna, benchè impegnata su un travagliato set, rimane molto colpita dalla vicenda e decide di mettersi sulle sue tracce coinvolgendo nelle ricerche della ragazza (o del suo corpo) proprio Jafar Panahi, la cui faccia da uomo buono e perbene ha i tratti giusti per rappresentare la pazienza e la sopportazione che l’indagine richiede.

Tra presente e futuro (inteso come generazioni di attrici) si inserisce il passato, incarnato dalla misteriosa figura di Shahrzad, nome d’arte di Kobra Saeedi, star del cinema iraniano, alla quale, dopo la Rivoluzione degli ayatollah, esattamente come è accaduto anni dopo a Panahi, è stato vietato di girare film, costringendola di fatto a ritirarsi nel suo villaggio dove ora, lontana da ogni forma di notorietà, continua a dipingere ed a scrivere poesie. Marziyeh e Shahrzad diventano così i terminali di un unico atto di denuncia che Panahi rivolge alle istituzioni ma anche ai diversi strati della società iraniana. Il volto più esplorato dalla macchina da presa del Panahi regista è però quello della signora Jafari, autentico anello di congiunzione tra i due terminali e motore inesauribile del racconto.

Dietro lo sguardo di quell’uomo buono e perbene (il Panahi attore) c’è invece un’aria sorniona che conferisce al racconto tutta la profondità di una mente illuminata e determinata, ma anche la sottile ironia di chi sa di avere nel suo bagaglio culturale le armi necessarie per combattere quel potere che cerca di mettere a tacere ogni forma di dissenso.

Il mistero che pervade la prima parte del film certamente gli conferisce una maggiore vitalità rispetto ad una seconda parte in cui Panahi è comunque abile a tenere alta l’attenzione dello spettatore riuscendo ad alternare la necessaria tensione con numerosi momenti di apprezzabile leggerezza. Molto bello e suggestivo è anche l’impianto scenico, solo in apparenza arido come il territorio attraversato. I rituali che si consumano ad ogni incontro sono ricchi di fascino e si fanno portatori di tradizioni tanto semplici quanto esplicative dell’animo di quelle comunità. E così, quando Panahi si ritrova tra le mani un sacchetto di stoffa con una strana reliquia, comprende bene come per quella gente il più insensato dei gesti possa segnare il destino di un figlio. La sua adesione a quel rituale non è certamente convinta ma gli rende la misura della fiducia che quella gente è pronta a riporre in lui. Proprio come noi che continuiamo a correre al cinema per vedere i suoi film sentendocene sempre più ampiamente ripagati.

 

/// il trailer ///

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